Sof 2,3; 3,12-13; Sal 146/145,7; 8-9; 9-10; 1Cor 1,26-3; Mt [4,25] 5, PDF

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DOMENICA 4 a DEL TEMPO ORDINARIO A 29 gennaio 2017 Sof 2,3; 3,12-13; Sal 146/145,7; 8-9; 9-10; 1Cor 1,26-3; Mt [4,25] 5, 1-12 Domenica scorsa, 3 a del tempo ordinario-a, abbiamo introdotto parzialmente

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DOMENICA 4 a DEL TEMPO ORDINARIO A 29 gennaio 2017 Sof 2,3; 3,12-13; Sal 146/145,7; 8-9; 9-10; 1Cor 1,26-3; Mt [4,25] 5, 1-12 Domenica scorsa, 3 a del tempo ordinario-a, abbiamo introdotto parzialmente il vangelo di Matteo, cercando di conoscere l autore, le circostanze e il contesto della «questione sinottica», anche se solo per accenni perché la liturgia non è lo spazio per uno studio scientifico approfondito 1. Abbiamo rimandato a oggi uno sguardo d insieme sul vangelo nel suo complesso, prima di riflettere sulle «beatitudini» proposte nel brano evangelico odierno come introduzione non solo al «discorso del monte», ma a tutti e cinque i discorsi che Matteo nel suo vangelo mette in bocca a Gesù per potere fare un parallelo con Mosè, cui la tradizione attribuisce i cinque libri che compongono la Toràh. In questa 4 a domenica del tempo ordinario-a pertanto osserviamo lo schema generale del vangelo, cioè il suo progetto e la sua economia per potere in seguito collocare più agevolmente i singoli brani per capire l intenzione dell autore, la sua finalità e il metodo utilizzato. Mt scrive per una comunità dove prevalgono i credenti di origine giudaica cresciuti ed educati nella tradizione biblica di Israele. Il testo nella forma attuale è scritto tra il 70 e la fine degli anni 80 d.c. in un periodo cioè di forte tensione con il mondo giudaico che considerava i giudei che avevano creduto in Gesù, non solo una sètta eretica e quindi scomunicata, ma anche traditori della Toràh di Mosè 2. Questo dimostra che il cristianesimo nasce «dento» il Giudaismo e da esso prende linfa vitale, pur distaccandosene. Dimenticare queste origini significa snaturare gli stessi scritti del NT o quanto meno correre il rischio di non capirli appieno. Nella 2 a metà del sec. I d. si formalizzò la separazione definitiva tra Chiesa e Sinagoga e per i cristiani di origine giudaica si pose la necessità importante di non perdere il contatto con il proprio passato e la propria storia perché credere in Gesù Nazareno non significava tradire la fede di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma rafforzarla ed estenderla al di fuori degli stessi confini d Israele, come il ministero di Paolo presso i Greci dimostrava. I Giudei-cristiani frequentavano il tempio (cf At 21,26) finché non si arrivò alla rottura definitiva con la scomunica, data in maniera formale intorno al 90, nel concilio giudaico di Yavnè 3. I Giudei cristiani, dal canto loro, ben presto, ancora prima di essere «scomunicati», sentirono l esigenza di avere celebrazioni proprie legate alla vita e alla esperienza di Gesù. In queste celebrazioni liturgiche leggevano la Toràh e i Profeti, ma ad esse aggiungevano racconti e parole di Gesù, vedendo in lui il compimento di tutte le promesse dell AT. Matteo, consapevole di questo, con il suo vangelo volle dare ai cristiani uno strumento organico con cui, da una parte, difendersi dalle accuse di essere traditori della tradizione mosaica e, dall altra, offrì loro materiale da inserire nelle celebrazioni, orgogliosi di essere i veri figli della promessa perché essi credono nella «discendenza di Abramo che è Cristo» (Gal 3,16), il quale porta a compimento tutta l attesa d Israele 4. 1 Lo ripetiamo ancora, i sussidi che offriamo non sono «materiale bell e pronto all uso» liturgico, ma uno strumento per lo studio e l approfondimento con informazioni, spiegazioni, aggiornamenti non disponibili facilmente. Chi li usa, deve necessariamente «incarnarsi» nella propria realtà socio-ecclesiale, prendendo gli spunti adeguati per una liturgia che deve essere «attualizzazione» nel «qui e adesso» dell Assemblea celebrante. 2 Per snidare i «cripto-cristiani», i rabbini facevano ricorso a uno stratagemma singolare: nella preghiera quotidiana dello «Shemòne Esre», che letteralmente significa «Diciotto Benedizioni» (è detta anche «Amidàh/In piedi» perché si doveva recitare stando in piedi), aggiunsero una benedizione supplementare, detta «Birkàt ha-minim Benedizione degli Eretici» che di fatto è una maledizione (cf Talmud Babilonia, Berakòt-Benedizioni 28b). Su indicazione di Gamalièle II, capo del sinedrio tra 85 e il 115, maestro di Paolo e ostile ai cristiani, il suo discepolo Sàmuel ha Katàn (il Piccolo) ne redasse la formula. Mentre le altre benedizioni dovevano essere pronunciate sottovoce, questa, al contrario, doveva essere detta a voce alta, costringendo così eventuali Giudei «cripto-cristiani» a venire allo scoperto perché si sarebbero dovuti maledire pubblicamente da soli. Chi si rifiutava era cristiano. Ecco il testo della 12 a Benedizione/Maledizione: «Che agli apostati (Meshumadìm) non sia data speranza e che il regno dell orgoglio [l impero romano] venga presto sradicato dai nostri giorni. Che i Nazareni (Nôtzerîm = i giudeo-cristiani) e gli eretici ( Minim) periscano all istante e siano cancellati dal libro della vita, né siano contati tra i giusti. Benedetto sei tu Signore, che abbassi i superbi». «Non si può seriamente mettere in dubbio che a partire da date diverse a seconda dei luoghi, le sinagoghe locali non abbiano più tollerato la presenza dei cristiani, facendo loro subire vessazioni che potevano arrivare fino alla messa a morte (cf Gv 16,2). Gradualmente, a partire dall inizio del II secolo, una formula di benedizione che denunciava eretici o devianti di ogni tipo fu compresa come riferita anche ai cristiani e, molto più tardi, come riferita specialmente ad essi. Verso la fine del II secolo, le linee di demarcazione e di divisione tra ebrei che non credevano in Gesù e i cristiani erano dappertutto chiaramente tracciate. Ma testi come 1Ts 2,14 e Rm 9 11 dimostrano che la divisione era già percepita chiaramente molto prima di questo tempo» (PONTIFICA COMMISSIONE BIBLICA, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, ; ; cf inoltre Talmud Babilonia, Berackot 28b-29a; cf anche R. PENNA, L ambiente storico culturale delle origini cristiane, Dehoniane, Bologna, 1984, 248. Una trattazione di questa preghiera in E. SCHÜRER, Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo, vol. II, Queriniana, Brescia 1987, ; l autore traduce le due recensioni babilonese e palestinese e offre una completa bibliografia). 3 Per Yavnè cf Domenica 33 a Tempo Ordinario-B. 4 In Mt si contano circa 130 riferimenti o allusioni esplicite e implicite all AT e 7 volte l espressione «Tutto questo è avvenuto perché si compisse (verbo greco «pleròō») ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta» o simili (Mt 1,22; cf 2, ; 12,17; 13,35; 21,4). 1 L autore del vangelo si trova in mano materiale diverso che proviene sia da Mc sia dalla tradizione orale al quale dà una struttura letteraria adeguata alla mentalità ebraica. Questo progetto è espresso fin dalle parole iniziali: «Libro delle origini di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1), presentando Gesù nella linea di Davide e di Abramo, all interno della storia del mondo giudaico: Cristo, cioè Messia; Davide, cioè il regno di Israele; Abramo, cioè il patriarca capostipite. Luca, invece, che scrive per i Greci, i quali nulla sanno di Abramo, presenta Gesù con una genealogia che travalica i confini nazionali del popolo d Israele e va oltre Abramo fino ai confini dell umanità intera, presentando Gesù come «figlio di Adamo, figlio di Dio» (Lc 3,38). Il contesto di Mt è dunque storico-salvifico: Gesù è l uomo di Nàzaret, il figlio di Maria, che è il Cristo, cioè il Messia, atteso da Israele della discendenza di Davide per ereditare la promessa di Abramo 5. All interno di questa prospettiva di riferimento, l autore descrive Gesù come un nuovo Mosè, cui la tradizione ebraica attribuiva da sempre (schematicamente) la paternità dei primi cinque libri cioè della Toràh 6. Mosè fu il mediatore tra il Dio del Sinai e Israele, il profeta per eccellenza perché fu colui che portò a Israele le «dieci parole» di Dio scolpite nella pietra (cf Es 24,12-18; 31,18; 32,15.19). Poiché la maggior parte dei Giudei non riconobbe Gesù come Messia, Matteo intende presentarlo non solo nella continuità, in linea con la tradizione mosaica, ma addirittura come «nuovo Mosè», mediatore e profeta ancora più grande. Questo è lo scopo del vangelo strutturato in cinque solenni discorsi, di cui il primo, comunemente detto «discorso del monte», è quello programmatico, cioè costitutivo, di cui gli altri quattro sono realizzazione e attualizzazione. Il discorso è proclamato «sul monte» 7 per richiamare appositamente alla mente dei lettori la «montagna di Dio», il Sinai dell esodo: «Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte» (Es 19,3). Il confronto tra Gesù e Mosè non è in formato fotocopia, ma fatto di convergenze e differenze che bisogna mettere bene in evidenza. Ai cinque discorsi non più scritti sulla pietra, ma portati direttamente dal Messia d Israele che è Gesù di Nàzaret, Mt fa precedere un blocco di due capitoli, detti «vangeli dell infanzia», con cui utilizzando modi e strumenti ebraici, parla di Gesù bambino, ma guardandolo dalla prospettiva del Gesù adulto. Anche il lettore più inesperto che legge superficialmente questi due capitoli, si accorge subito che essi riflettono la luce e il vocabolario pasquale che inducono a pensare che siano stati scritti per ultimi. L autore infine fa seguire come conclusione il racconto della passione e della risurrezione che in origine era il cuore della predicazione apostolica (cf At 2,22-39). Il vangelo di Mt non ha la presunzione di essere un opera storica nel senso moderno del termine e sarebbe superficiale chi cercasse in esso conferme ai propri interrogativi. Il testo di Mt è un testo di catechesi, scritto da un credente per altri credenti e quindi non è un testo asettico, ma è «prevenuto» e può essere letto solo con gli occhi della fede e l atteggiamento orante di chi crede che Gesù è il Figlio di Dio (cf Mt 14,33). Nel testo non abbiamo una cronologia degli eventi, ma «tutto quello che Gesù fece e insegnò» (Lc 1,1) è organizzato attorno ad uno schema funzionale all uditorio dello scrivente, frutto di una composizione geniale che tiene conto delle tradizioni orali e scritte riordinate e risistemate attorno al vangelo di Marco preso come modello e come base. Anche Luca prende il vangelo di Mc e lo ridisegna secondo le sue esigenze. Entriamo nella mentalità di Mt e della sua comunità, cogliendo ciò che essi ci dicono e non quello che noi vorremmo trovarvi. Per Matteo in Gesù la parola diventa fatto imitando con questo metodo Yhwh creatore come attesta il racconto sacerdotale della creazione di Genesi, al capitolo 1 : «E Dio disse e [così] fu» 8. In ebraico per dire 5 Il termine ebraico «Mashiàh» è tradotto in greco con «Christòs» che letteralmente significa «Unto/Consacrato» con l olio. Nella comunità cristiana delle origini e in Paolo, il termine divenne parte del nome proprio di Gesù: Gesù Cristo. 6 Il termine «Toràh» significa «Insegnamento» come è scritto: «Una Legge/Insegnamento ci ha ordinato Mosè» (Dt 33,4; cf Gv 1,17). Il Talmud Babilonia, Makkòth/Percosse 23b, calcola che la ghematrìa, cioè il valore numerico delle consonanti (T_R_H) che compongono il termine «Toràh» sia 611. Se a questi si aggiungono i primi due dei dieci comandamenti dati direttamente da Dio perché pronunciati in prima persona singolare: «Io sono/davanti a me» (cf Es 20,2-3; Dt 5,6-7), si ha la cifra di 613, numero con cui la tradizione orale ebraica ha sintetizzato tutta la Toràh. I 613 precetti si distinguono in 248 positivi e corrispondono alle parti di cui si compone il corpo umano e 365 negativi e corrispondono ad ogni giorno dell anno. E a questa tradizione che si oppone Gesù nella serie del «Avete inteso che fu detto dagli antichi ma io vi dico» del discorso della montagna (cf Mt 5-6 e Omelia domenica 3 a tempo ordinario-a). Nella Bibbia ebraica il libro è indicato con la prima parola con cui inizia, mentre la Bibbia greca della LXX dà il nome in base al contenuto. La Bibbia greca della LXX traduce con «Pentatèuco Cinque custodie/teche» il termine «Toràh». Di seguito il nome dei cinque libri nelle rispettive Bibbie: Genesi [ebr.: Bereshìt In principio]; Esodo [ebr.: Shemòt (Questi) I nomi]; Levitico [ebr.: Vayqrà E chiamò]; Numeri [ebr.: Bamidbàr Nel deserto]; e Deuteronomio [ebr.: Devarìm Parole/Discorsi]. 7 Lc che non ha questa preoccupazione perché il suo uditorio non conosce la storia ebraica, colloca lo stesso discorso «in pianura»: «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante Gesù diceva: Beati voi, che siete poveri» (Lc 6,17.20). Marco e Giovanni, dal canto loro, non riportano il discorso delle «beatitudini». Nel vangelo apocrifo, detto «Vangelo di Tommaso» si trovano otto beatitudini in modo sparso. Questa «discordanza concorde» dimostra la diversità degli obiettivi di ciascun vangelo. Nel 1945 nel villaggio di Nag Hammadi nell Alto Egitto, fu scoperta una vera e propria biblioteca di 52 documenti in lingua copta, parlata dai cristiani egiziani. La data di compilazione scritta potrebbe risalire al 140 d.c., ma gli scritti potrebbero contenere tradizioni più antiche risalenti al tempo dei vangeli canonici (Mt, Mc, Lc e Gv) e cioè dal 60 circa al 100 d.c. Il vangelo di Tommaso, che è uno di questi, si compone di 114 brani. 8 Cf Gen 1, questa contemporaneità tra parola e azione si usa un termine solo, «dabàr», che significa sia «parola» sia «fatto», per dire che la parola/le parole sono sempre fatti reali e che gli avvenimenti hanno sempre un senso e un obiettivo. Dio parla agendo e agisce parlando perché in lui vi è la perfetta identità tra intenzione e realizzazione, tra pensiero e azione, tra dire e fare, tra parola ed evento, tra detto e fatto. Per Mt Gesù è il «Dabàr». Giovanni sintetizza lapidariamente e in modo sublime toccando il vertice di tutta la rivelazione biblica e definendo il punto di arrivo di tutta la storia di Israele: «Il Lògos carne fu fatto» (Gv 1,14). Il vangelo di Matteo si divide in 7 parti 9 per dire che in esso c è tutto quello che si deve sapere su Gesù di Nàzaret. Tutto il resto è superfluo. Ci troviamo di fronte ad un testo antico, scritto in greco. Non sappiamo se Mt abbia scritto un precedente testo in ebraico o aramaico per cui non lavoriamo su ipotesi labili. Noi prendiamo il testo greco come ci è giunto dalla tradizione e cerchiamo di capirne struttura e contenuto, imparando i codici linguistici, letterari e comunicativi di Mt per carpirne l anima e coglierne il significato. Iniziamo dunque con la presentazione schematica dell opera, offrendo una ripartizione settenaria del vangelo di Matteo 10. N. Descrizione tematica Capitoli 1. Nascita ed infanzia di Gesù L annuncio del Regno dei cieli 2.1. Sezione narrativa (fatti/eventi) PRIMO DISCORSO (programmatico) La predicazione del Regno dei cieli 3.1. Sezione narrativa (fatti/eventi) SECONDO DISCORSO (missionario) Il mistero del Regno dei cieli 4.1. Sezione narrativa (fatti/eventi) TERZO DISCORSO (7 parabole del Regno) La primizia del regno dei cieli: la Chiesa 5.1. Sezione narrativa (fatti/eventi) 13,53-17, QUARTO DISCORSO (ecclesiale) Il compimento del Regno dei cieli 6.1. Sezione narrativa (fatti/eventi) QUINTO DISCORSO (escatologico) La fine e il principio: Passione e Risurrezione Nel brano del vangelo di oggi troviamo «8 beatitudini» che alla maniera ebraica corrispondono alla formula «7 + 1», perché la completezza (il n. 7) si apre alla messianicità dal momento che tutta la tradizione giudaica e cristiana attribuisce al Messia il numero «8» (sul valore e significato dei numeri cf, più sotto, Appendice). Entriamo dunque nel mistero del Regno dei cieli tramandatoci dalla comunità giudeo-cristiana di Matteo, invocando lo Spirito che ispirato l autore del primo vangelo e facendo nostra l antifona d ingresso (Sal 106/105,47): Salvaci, Signore Dio nostro, e raccoglici da tutti i popoli, perché proclamiamo il tuo santo nome e ci gloriamo della tua gloria. Spirito Santo, tu semini nel cuore degli uomini il desiderio di cercare il Signore. Spirito Santo, tu sei la Giustizia che ci ripara nel giorno dell ira del Signore. Spirito Santo, tu alimenti il cuore del popolo d Israele perché confidi nel Signore. Spirito Santo, tu sei il Riposo di quanti si convertono e attendono la redenzione. Spirito Santo, tu sei la Giustizia che il Signore, Dio fedele, rende agli oppressi. Spirito Santo, tu sfami gli affamati con il Pane di vita eterna che scende dal cielo. 9 Mt ama molto i numeri e la loro simbologia, come vedremo di volta in volta, qui limitandoci a dire che la stessa divisione del testo in 7 parti ha un significato specifico perché il numero 7 nella Bibbia e nella mentalità semitica significa completezza, totalità. Il Vangelo di Matteo si compone di 7 parti: 5 grandi discorsi preceduti sempre da una sezione narrativa che rende conto di ciò che Gesù fa (miracoli, di norma): i «fatti» che Gesù compie trovano senso nella «Parola» che proclama. Alla fine dei primi quattro discorsi si trova la seguente espressione (o altre simili): «Quando Gesù ebbe finito questi discorsi» (Mt 7,8; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1) con cui Mt dà solennità alla nuova Legge appena annunciata dal nuovo Mosè. Gesù non è un rabbì qualsiasi perché egli non interpreta la Toràh, ma la proclama con l autorità stessa del Dio dell esodo (cf Mt 7,28-29). Per una trattazione organica e completa, cf D. J. HARRINGTON, Il Vangelo di Matteo Sacra pagina 1; Elledici 2005; S. GRASSO, Il Vangelo di Matteo, Dehoniane, Roma 1995; J. ERNST, Matteo. Un ritratto teologico, Morcelliana, Brescia 1992; A. SAND, Il Vangelo secondo Matteo, 2 voll., Morcelliana, Brescia 1992; J. GNILKA, Il Vangelo di Matteo, I-II, Paideia, Brescia ; R. FABRIS, Matteo, Edizioni Borla, Roma [s.d., forse 1982]. 10 Per una panoramica complessiva sul vangelo di Mt cf B. T. VIVIANO, «Il Vangelo secondo Matteo» in NGCB Spirito Santo, tu sei la Libertà a cui anelano i prigionieri e la Vista dei ciechi. Spirito Santo, tu sei lo scudo che protegge lo straniero, l orfano e la vedova. Spirito Santo, tu sei il compimento pieno della vocazione di tutti i battezzati. Spirito Santo, tu sei la Sapienza di Dio che confonde la stoltezza degli uomini. Spirito Santo, tu sei la Forza di Dio che sostiene chi è debole per il Regno. Spirito Santo, tu sei la Gloria di Dio che confonde la vanagloria degli uomini. Spirito Santo, tu sei la Montagna da cui Gesù ha pronunciato la Parola del Regno. Spirito Santo, tu sei la Beatitudine multiforme che scende dal monte di Dio. Spirito Santo, tu sei la Roccia su cui stanno coloro che sono «Beati» per il Regno. Spirito Santo, tu sazi di Te quanti hanno fame e sete di giustizia per amore della Pace. Spirito Santo, tu sei la Consolazione promessa ai poveri, ai miti e ai puri di cuore. Spirito Santo, tu sei la Bellezza di Dio Padre e Figlio che ci convoca alla sua Santità. Il tema della liturgia di oggi è univoco: la povertà. Bisogna comprendere il significato delle parole se vogliamo coglierne il messaggio. Povero prima di essere una condizione materiale, è una categoria dello spirito. Il vangelo di oggi infatti apre il 1 discorso di Gesù con queste parole: «Beati i poveri nello spirito, relativamente allo spirito». Anche qui troviamo un capovolgimento: ciò che la «sapienza», intesa alla maniera dei Corinzi, ritiene un male, Gesù dichiara «beato». Solo un folle può desiderare di stare male. Il povero, secondo l evangelo, è colui che ha un solo Dio e nessun idolo, colui cioè che accetta fino alle estreme conseguenze la propria creaturalità e mentre prende coscienza di essere creatura, si apre alle altre creature, vivendo come parte di un tutto. Gesù è povero, mite, giusto, pacificatore e puro perché tutto vive, scopre e guarda con gli occhi del Padre. In fondo essere poveri significa avere la coscienza dell orgoglio di essere figli di Dio e quindi fratelli e sorelle dell umanità tutta. Sediamoci all ombra della santa Trinità e ascoltiamo Gesù che proclama la nostra beatitudine: (Greco) 11 Beshèm ha av vehabèn veruàch h
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