Philosophy Kitchen Extra

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Philosophy Kitchen Extra MITO Mitologie e mitopoiesi nel contemporaneo ANNO 3, N. EXTRA 2016 ISBN Gennaio 2016 Philosophy Kitchen Rivista di filosofia contemporanea Università degli Studi di Torino Via Sant'Ottavio, Torino tel: / cell: / ISBN: Redazione Giovanni Leghissa Direttore Claudio Tarditi Alberto Giustiniano Veronica Cavedagna Carlo Molinar Min Nicolò Triacca Giulio Piatti Mauro Balestreri Collaboratori Enrico Manera Progetto grafico Gabriele Fumero Comitato Scientifico Tiziana Andina, Alberto Andronico, Giandomenica Becchio, Mauro Carbone, Michele Cometa, Martina Corgnati, Gianluca Cuozzo, Massimo De Carolis, Roberto Esposito, Arnaud François, Carlo Galli, Paolo Heritier, Jean Leclercq, Romano Madera, Giovanni Matteucci, Enrico Pasini, Giangiorgio Pasqualotto, Annamaria Rivera, Claude Romano, Rocco Ronchi, Hans Reiner Sepp, Giacomo Todeschini, Ugo Ugazio, Marta Verginella, Paolo Vignola, Ugo Volli. MITO Mitologie e mitopoiesi nel contemporaneo A cura di Giovanni Leghissa ed Enrico Manera Negli ultimi quindici anni di ricerca e insegnamento i temi e i soggetti a cui abbiamo rivolto la nostra attenzione, a partire da posizioni e con traiettorie indipendenti, hanno mostrato un denominatore comune che si può indicare nel mito. Ogni volta, nell'affrontare con sguardi monografici o tematici oggetti diversi e legati alla politica, alla società, all'economia, all identità, all immaginario, alla memoria, alla storia, alle credenze, la questione del mito di cosa fosse, cosa sia, come si generi, come si trasformi, come agisca, cosa produca si è posta come centrale e urgente. A partire dal 2011 la nostra collaborazione sul tema del mito ha dato vita a una riflessione specifica che si è materializzata nella recente pubblicazione di un volume collettaneo, da noi curato e con circa trenta collaboratori: Filosofie del mito nel Novecento, Carocci, Roma L'impianto generale di questo numero della rivista e alcuni articoli derivano da quel cantiere di lavoro, inteso come una vasta ricognizione sul mito e sul modo di rivolgersi a esso nella cultura contemporanea. Filosofie del mito nel Novecento, che può essere considerato il fratello maggiore di questo numero, consiste in un percorso storico-storiografico per autori e temi, strettamente legato alle scienze umane, alla filosofia e alla storia della religioni; diversamente gli articoli qui proposti, dopo un inquadramento filosofico (teoretico e politico al tempo stesso) dei curatori, prendono in considerazione alcuni snodi trasversali della miticità contemporanea, in ambiti diversificati come quelli dell arte visiva, della critica letteraria, del cinema, delle scienze cognitive, della storiografia, dell esoterismo. Abbiamo invitato studiosi e studiose di differenti ambiti a scrivere testi relativamente brevi, a metà tra un saggio e una voce di enciclopedia, chiedendo un apporto teorico che non va inteso in senso completistico o riassuntivo. Ogni tema è dunque stato declinato mediante la scelta di un percorso o uno studio di caso, significativo ed esemplare. Nel caso di arte, letteratura e cinema, curati rispettivamente da Martina Corgnati, Giulia Boggio Marzet Tremoloso e Giampiero Frasca, si tratta, come è immaginabile, di mostrare gli aspetti estetici e poietici del mito nella cultura del Novecento, con tagli e prospettive che sono propri di ogni ambito, nel riferimento al mito come repertorio di soggetti e temi o strumento analitico, ma anche come generatori di nuova e specifica miticità.il saggio di Gianluca Solla su Kantorowicz, nel contesto del George-Kreis e della cultura nella Repubblica di Weimar, nella sua singolarità mostra come anche la scienza storica, nella sua prassi scritturale e metodologica, possa essere strettamente intrecciata alla dimensione mitologica e si inscriva in cortocircuito tra passato e presente, che richiede anche sorveglianza. In una sorta di antipodo, il saggio di Francesco Baroni illumina in termini di storia delle idee un ambito in cui il mito, nella produzione testuale di PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA figure come Guénon e Evola, consuma l'intero spazio del reale, della storia e del divenire fino a trasformarsi in contro-mondo antimoderno, ideologizzato e allucinato, dove la dimensione metafisica tende a sovradeterminare quella sensibile e materiale. Il saggio dedicato alle neuroscienze cognitive, scritto da Edoardo Acotto, mostra la recente (almeno per gli standard italiani) prospettiva biologica, evoluzionista e neo-trascendentale sul mito, che fornisce una sguardo tale da mettere ulteriormente in discussione ogni teoria classica e metafisica sull'argomento. Contro i fanatici rimitizzatori e per avvertire gli ingenui demitizzatori, pensiamo sia opportuno guardare al mito o meglio al MITO, nelle sue declinazioni mitologie, miticità, mitopoiesi, mitodinamiche per tracciarne gli slittamenti, le intermittenze e le folgorazioni, inseguendoli negli ambiti delle pratiche sociali in virtù delle quali i vincoli collettivi trovano stabilità e fondamento. Con l'idea che in questo quadro si inscriva parte significativa del modo in cui anche i moderni narrano sé stessi e definiscono portata e limiti del luogo, supposto altro, abitato dal mito. PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA Indice Intrappolare Proteo. Miti di ieri e di oggi, scienze umane e narrazioni Giovanni Leghissa ed Enrico Manera 9 29 Tracce del mito nell'arte del Novecento Martina Corgnati Mito e critica letteraria. Un percorso comparato Giulia Boggio Marzet Tremoloso Cinema e mito: alcune prospettive Giampiero Frasca Il messia di Weimar: il Federico II di Ernst Kantorowicz tra mito e storiografia Gianluca Solla Mito ed esoterismo: il perennialismo in Guénon e Evola Francesco Baroni Mito e neuroscienze cognitive. Un'introduzione Edoardo Acotto PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA Mito e critica letteraria nel Novecento. Un percorso comparato. Giulia Boggio Marzet Tremoloso Fin dalla classicità la letteratura ha attinto alla mitologia come serbatoio d'ispirazione per la creazione letteraria. Il rapporto tra mito e letteratura ha spesso risvegliato l'interesse teorico dei mitologi che, nel corso dei secoli, hanno interpretato il letterario come un campo in cui ricercare eventuali residualità mitiche; tuttavia è solo nel Novecento che il rapporto tra mito e letteratura diviene oggetto di una riflessione specificamente teorico-letteraria. La riscoperta del mito come nuova prismatica prospettiva attraverso cui leggere il testo è in parte da ricondursi al generale entusiasmo epistemologico che anima le scienze sociali nel Novecento e che individua nel mito un nuovo e fertile modello euristico: in questo contesto, anche la critica letteraria sviluppa una molteplicità di ipotesi teoriche volte a indagare il ruolo e la presenza del racconto mitico all'interno del testo. PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA GIULIA BOGGIO MARZET TREMOLOSO MITO E CRITICA LETTERARIA NEL NOVECENTO. UN PERCORSO COMPARATO. Ricostruire la storia di questo dibattito significa innanzitutto rendere conto di una costellazione teorica all'interno della quale è possibile riconoscere un doppio movimento, orientato tanto verso la progressiva affermazione di un epistemologia letteraria volta a interpretare il rapporto tra mito e letteratura, quanto verso l'affrancamento da una visione ontologica del mito stesso. Se, seguendo come coordinate tematiche le questioni legate all ontologia e all'epistemologia letteraria, è possibile ricostruire delle tendenze che indirizzano il confronto teorico, d'altro canto ogni singolo percorso critico si sottrae alla pretesa linearità di questa ricostruzione. Per questo motivo, si tratta innanzitutto di illustrare alcune traiettorie critiche che hanno scandito in maniera emblematica le tappe del dibattito letterario novecentesco sul mito. André Jolles e Denis de Rougemont: il mito come grado zero della letteratura Sebbene le proposte critico-metodologiche imperniate sul concetto di mito vedano la luce solo a partire dagli anni Sessanta, anche nella prima metà del secolo è possibile rintracciare in ambito letterario alcuni percorsi che formulano delle ipotesi sulla sua natura e sulla sua funzione. È quanto si riscontra nelle tesi che André Jolles presenta nei suoi corsi di letteratura comparata all'università di Lipsia, poi pubblicati nel 1930 col titolo di Einfache Formen, «Forme semplici». Collocandosi tra la linguistica e lo studio dei generi, Jolles rintraccia i meccanismi soggiacenti alla produzione letteraria. Mosso da un interesse per la «struttura del fenomeno letterario» (1980, p. 17) e per i più profondi processi mentali che ne sono all'origine, egli individua in alcune «forme letterarie di tradizione anonima e popolare» (ivi, p. 5), tra cui il mito e la leggenda, la traccia originale dei «gesti verbali elementari», ovvero le forme mentali essenziali attraverso cui percepire l'esperienza e articolarne un espressione letteraria. Scaturigine prima dell opera, la forma è antecedente alla creazione letteraria e si «attualizza» in essa. Tra le nove forme individuate da Jolles, il mito è la forma semplice che interpreta la disposizione «oracolare» (1980, p. 97) attraverso cui l'uomo percepisce il mondo «da un interrogativo e dalla sua risposta» (ivi, p. 96). Alla sua origine c'è un istanza conoscitiva: il mito porta a una «sapienza incondizionata» (ivi, p. 101) che permette di intuire l identità e la verità di un oggetto attraverso una figura che ne compendia immediatamente domanda e risposta. Al mito quindi viene riconosciuto uno statuto morfologico e cognitivo, in quanto forma di organizzazione mentale e di impulso genetico della letteratura. PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA GIULIA BOGGIO MARZET TREMOLOSO MITO E CRITICA LETTERARIA NEL NOVECENTO. UN PERCORSO COMPARATO. Nove anni dopo, ne L'Amour et l'occident, Denis de Rougemont parte dall assunto che il mito sia un racconto simbolico che descrive un «numero infinito di situazioni» (1987, p. 62) e relazioni costanti presenti in ogni società umana. Queste situazioni sono l espressione più essenziale di pulsioni psichiche inconfessabili quali per esempio il nesso che lega sentimento amoroso e desiderio di morte. In quest'ottica il mito dell amour-passion occulta ed esprime al contempo la sua vera natura pulsionale. Se questo mito si estingue nel XII secolo, resta tuttavia presente e minacciosa nel romanzo l «esigenza mitica» (ivi, p. 67) che lo ispirava, anzi è proprio in queste forme secolarizzate che questa diviene «pericolosa» e «velenosa» per la psiche collettiva. La letteratura si presenta contemporaneamente come luogo di degradazione del mito e di incubazione delle sue pulsioni più oscure. L ambito di ricerca di Rougemont è più propriamente psicoanalitico che critico-letterario, come testimonia il fatto che egli si proponga, attraverso la sua «mythanalyse», di offrire un mezzo terapeutico per elaborare e correggere gli impulsi mortuari che percorrono la nostra civiltà. Tanto la funzione genetico-linguistica proposta da Jolles quanto quella psichica di Rougemont appartengono a una prima stagione di critica che si rivolge al mito per render conto dei fenomeni di creazione letteraria. Questo è concepito come un meccanismo di produzione simbolica antecedente e superiore alla produzione del testo, laddove l opera invece se ne offre come luogo di presenza degradata e viene interpretata alla luce di categorie extra-letterarie. La critica archetipica: Northrop Frye e Gilbert Durand Nella seconda metà del Novecento, l attrazione euristica esercitata dal mito continua a essere viva; contestualmente la critica letteraria conosce, a partire dalla stagione strutturalista, la propria âge d'or: questo porta al moltiplicarsi di percorsi critici che si rivolgono al mito come elemento fondativo della produzione letteraria. In un panorama piuttosto variegato spiccano tanto per complessità teorica quanto per la posizione apicale conferita al mito due teorie archetipiche, riconducibili alla critica simbolica e fondate sull'idea che alcune immagini costituiscano l'alfabeto universale attraverso cui si articola la letteratura: la critica archetipica di Northrop Frye e la mythanalyse di Gilbert Durand. In Anatomy of Criticism, edito nel 1957, Frye intende contrastare quelle concezioni eteronome della letteratura, che, riconoscendo nel testo un significato finito, tradiscono la specificità estetica del linguaggio poetico e ne enfatizzano la dimensione strumentale, equiparandolo ad altre discorsività. PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA GIULIA BOGGIO MARZET TREMOLOSO MITO E CRITICA LETTERARIA NEL NOVECENTO. UN PERCORSO COMPARATO. Obiettivo primario dell'impianto teorico di Frye è invece formulare una teoria del significato letterario fondato sul valore polisemico del simbolo e che tragga dalla letteratura i propri criteri teorici. Considerando quest'ultima al pari di un corpo organico dotato di unità e specificità espressiva, Frye concepisce una metodologia anatomica che ne rintracci le forme organizzatrici, «così come le forme della sonata, della fuga, del rondò non possono esistere al di fuori della musica» (1969, p. 128). Se la pulsione mimetica, in virtù della tensione descrittiva, spoglia la letteratura della sua specificità, questa ritrova invece il suo senso quanto più resta fedele al suo mandato inventivo e convenzionale. Frye studia quindi un sistema critico che riconosce nel mondo dei miti, proprio perché «il più astratto e convenzionale di tutti i modi letterari» (ivi, p. 175) una delle principali chiavi di lettura. In una prospettiva storica, Frye interpreta il rapporto tra mito e letteratura in chiave genealogica, riconoscendo nel primo il modello primigenio di un'evoluzione dei modi contestuali alle macro-periodizzazioni della storia occidentale (mito, leggenda, alto-mimetico, basso-mimetico, ironico). Il mito caratterizza l'epoca pre-medievale e si contraddistingue in qualità di storia di «storia di un dio» (ivi, pp ) che agisce nel mondo da superiore senza poter essere contrastato né dagli eventi naturali né dall azione umana, mentre il romance, la tragedia e l'epica nazionale, il romanzo, la commedia e infine il modo ironico, segnano il cammino di una letteratura orientata a rappresentare eroi sempre più umani e sempre più impotenti rispetto al proprio destino. Nella sua critica archetipica Frye individua poi alcune immagini convenzionali, «archetipi», che ricorrono in tutto il patrimonio letterario e che rimandano a «una certa unità, sia nella natura che è imitata dalla poesia, sia nell'attività comunicativa di cui la poesia fa parte» (ivi, p. 131). Secondo Frye la ciclicità ritmica della natura (il rituale ) e il desiderio di modificare la propria sorte (il sogno ) sono i due motori esperienziali che trovano una codificazione in ogni arte: in letteratura il mito, la forma convenzionale e anti-mimetica per eccellenza, «spiega e rende comunicabile il rituale e il sogno» (ivi, p. 140) e si offre come il «principio strutturale organizzativo della forma letteraria» (ivi, p. 460) in quanto metafora implicita sia della dialettica che i desideri intrattengono con la possibilità di essere realizzati sia della ciclicità della natura. Al pari delle forme geometriche per l arte pittorica, queste metafore diventano il parameatro per interpretare la complessità simbolica di ogni testo. Frye ricostruisce quindi una tassonomia che sistematizza quattro gruppi di miti legati alle stagioni che rappresentano il modello di quattro archetipi letterari: della commedia, del romance e della poesia lirica, della tragedia e della satira. Il mito quindi diviene contemporaneamente modello genealogico e grammaticale del sistema letterario. PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA GIULIA BOGGIO MARZET TREMOLOSO MITO E CRITICA LETTERARIA NEL NOVECENTO. UN PERCORSO COMPARATO. Solo tre anni dopo Gilbert Durand, partendo da presupposti dissimili, giunge a conclusioni metodologiche non troppo distanti da quelle del critico canadese. Con Les structures antropologiques de l Imaginaire, nel 1960 Durand si inserisce nel solco degli studi di Gaston Bachelard sulla fenomenologia dell'immaginario (e più in generale di una tradizione filosofica antimaterialista che muove dalla constatazione dei limiti gnoseologici della tradizione cartesiana) e inaugura un percorso d indagine interdisciplinare che lo porterà a fondare la scuola di studi sull'immaginario (CRI), conosciuta come la Scuola di Grenoble. In contrapposizione al concettualismo e al nominalismo, Durand riabilita una conoscenza simbolica definita come «pensiero sempre indiretto, presenza figurata della trascendenza, comprensione epifanica» (1964, p. 22). Come per Bachelard, per Durand il linguaggio poetico è il luogo elettivo di epifania del simbolo, «crocevia tra uno svelamento oggettivo e il radicamento nel fondo più oscuro dell'individuo biologico» (ivi, p. 73). Come per Frye, anche per Durand alcune immagini presenti in letteratura sono riconducibili a delle costanti universali dell'esperienza, ma, a differenza del critico canadese, queste non sono solo una codificazione propria del linguaggio letterario, bensì sono portatrici di una trascendenza, aprono a un al di là al di fuori della storia. Il simbolo poetico è inoltre per Durand una struttura dinamica, che vive un proprio tragitto antropologico. Ricostruendo le costanti transculturali dell immaginario date dall «incessante scambio che esiste al livello dell'immaginario tra le pulsioni soggettive e assimilatrici e le intimazioni oggettive provenienti dall'ambiente cosmico» (1984, p. 32), Durand si propone di arrivare alla sistematizzazione di tutte le forme in cui alcune immagini ricorrenti in ogni cultura sono state rappresentate, allo scopo di avvicinarsi «alla teoria del senso supremo della funzione simbolica» e approdare così a una «metafisica dell'immaginazione» (ivi, p. 49). Per Durand la produzione di simboli è generata, a livello biologico, da tre riflessi primordiali: quello posizionale, quello nutrizionale e quello copulativo. Questi tre istinti motori influenzano i processi psichici e generano degli schemi, «generalizzazione dinamica e affettiva dell'immagine» (ibidem), come per esempio la verticalizzazione. Nel momento in cui questi schemi di impulso si imbattono con ' l'ambiente naturale e sociale, producono i grandi archetipi, il punto di congiunzione tra immaginario e processi razionali, ossia immagini primordiali, nel senso junghiano del termine (la vetta o la ruota) che traducono in maniera universale il modo in cui immaginiamo il mondo. Gli archetipi sono stabili, ma a seconda della cultura suscitano immagini ben differenziate, i simboli, che se ne offrono come declinazioni singolari. Questa pluralità di simboli, archetipi e schemi si ritrovano articolati in strutture dinamiche, i miti, attraverso cui questi si PHILOSOPHY KITCHEN ANNO 3, N. EXTRA GIULIA BOGGIO MARZET TREMOLOSO MITO E CRITICA LETTERARIA NEL NOVECENTO. UN PERCORSO COMPARATO. reiterano e si riproducono nel tempo secondo un movimento diacronico e uno sincronico, dato dall'epifania della presenza simbolica. Con Figures mythiques et visages de l œuvre (1979), Durand sistematizza la propria teoria del mito, fino a individuare in esso il sistema simbolico per eccellenza. In quest ottica il mito diviene non solo la chiave di lettura per accedere al testo letterario, ma si offre come episteme della storia culturale. «Sistema ultimo, asintotico, di integrazione degli antagonismi» (ivi, p. 29), il mito precede la storia, la «legittima» e la modula (ivi, p. 31). La ricostruzione dello sviluppo simbolico del mito attraverso la sua epifania letteraria assume quindi una connotazione mistica - confermata dai frequenti riferimenti ai membri del Cercle d'hernanos, cui fu introdotto dal 1964 (ivi, p. 12) e permette di ricostruire una metastoria attraverso cui individuare la Wesenschau di ogni epoca. Il testo, ridotto a variante, si fa veicolo di una struttura che porta in sé sciami di immagini, tramite cui s
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