Perché il 2 giugno non è diventata la festa nazionale dell’Italia?

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Di Marcello Flores. Pubblicato su Storia e problemi contemporanei, n°41, a. XIX, gennaio-aprile 2006, rivista dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche - Ancona.

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  • 1. 03Flores 8-05-2006 13:59 Pagina 31 Saggi Perché il 2 giugno non è diventata la festa nazionale dell’Italia? di Marcello Flores Ogni anno leggiamo con un senso di curiosità e anche d’invidia il modo in cui due grandi democrazie, la Francia e gli Stati Uniti, festeggiano la gior- nata dedicata alla loro identità collettiva: il 14 luglio per la Francia e il 4 lu- glio per gli Stati Uniti. La festa della “rivoluzione” e la festa dell’“indipen- denza” sono qualcosa di più di un richiamo a quell’evento lontano nel tempo, per quanto importante e fondativo esso abbia potuto essere. Quelle date sono divenute il simbolo dell’identità collettiva dei due paesi e, in qualche modo, l’incarnazione delle virtù pubbliche delle loro democrazie. La bandiera e l’in- no nazionale, senza quelle date, non avrebbero lo stesso significato e non pro- vocherebbero lo stesso scatto d’orgoglio di appartenenza che appare anch’es- so, misurato con quello dei cittadini italiani, decisamente straordinario per in- tensità e durata. Non si vuole analizzare, naturalmente, quali siano stati i motivi e le moda- lità con cui in Francia e negli Stati Uniti l’identità nazionale abbia trovato in una data simbolica un momento di sintesi e al tempo stesso di diffusione e di propa- gazione. Quelle date, tuttavia, possono costituire un modello e un punto di rife- rimento per ragionare perché, in Italia, così non è avvenuto e ancora ci dibattia- mo, periodicamente, a cercare di trovare quale possa essere il giorno migliore per farlo diventare simbolo della nostra identità collettiva. Nei due decenni successivi alla fine della guerra e alla nascita della Repub- blica – come può ricordare chiunque sia cresciuto in quel periodo e abbia fre- quentato le scuole primarie e secondarie – due sono state le date che si sono con- trapposte e con-divise l’attenzione identitaria e che sono state oggetto di scelte simboliche, di celebrazioni pubbliche, di manifestazioni patriottiche e politiche: il 25 aprile e il 4 novembre. Anche il 2 giugno, naturalmente, era un giorno di festa: ma con caratteristiche certamente diverse e meno rilevanti di quelle che venivano invece incarnate dalle altre due giornate. Il 25 aprile, anniversario della Liberazione, rappresentava la data-simbolo dell’antifascismo; pur celebrata da tutte le forze politiche costituzionali, e spes- so con sincerità e intensità condivise, vedeva la partecipazione maggioritaria del “popolo della sinistra”, degli elettori social-comunisti che ritrovavano in que- st’occasione quella unità che nell’ambito della politica quotidiana si stava sem- «Storia e problemi contemporanei», n. 41, gennaio 2006
  • 2. 03Flores 8-05-2006 13:59 Pagina 32 32 Marcello Flores pre più sgretolando a partire dalla sconfitta del 18 aprile 1948. Si trattava di una data che, nelle parole e nei messaggi della giornata, aveva un esplicito signifi- cato unitario, in cui la Resistenza si ammantava più di tricolore che delle ban- diere rosse presenti in maggioranza nelle piazze, anche se si trattava di un mes- saggio unitario spesso critico nei confronti del governo e comunque attento a ri- vendicare – come obiettivo primario – quello della legittimità politica di tutte le forze antifasciste e del ruolo fondante dei partiti antifascisti nella stesura della carta costituzionale: indicata come il risultato più significativo della lotta anti- fascista. Nei sentimenti di chi partecipava a quella celebrazione, ma anche di chi la organizzava e ne curava la coreografia, l’elemento unitario era a volte un omag- gio superficiale, anche se sincero, dietro cui si presentava l’immagine di un an- tifascismo a forte egemonia comunista anche se lealmente “nazionale” e per nulla “rivoluzionario” (fu solo alla fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70, in- fatti, ad opera della Nuova sinistra, che quella contrapposizione che covava an- cora nei sentimenti di molti ex partigiani venne esplicitata in modo chiaro e po- lemico). Coerentemente con l’ideologia del partito nuovo togliattiano e con una linea che dalla svolta di Salerno arriverà al compromesso storico senza grossi tentennamenti, la Liberazione costituiva il prius non soltanto cronologico, ma anche politico e ideale della Repubblica e della Costituzione; era in quella da- ta, quindi, che andava individuato il fondamento della vita pubblica post-fasci- sta uscita dalla guerra. La Costituzione, in qualche modo, veniva valorizzata proprio perché risultato della Resistenza più che per il proprio valore intrinse- co: come simbolo di quella “unità” tra le forze antifasciste che i comunisti era- no stati capaci di proiettare nell’intero dopoguerra malgrado il nuovo contesto della guerra fredda e la contrapposizione est-ovest che aveva diviso i partiti che avevano firmato insieme il patto costituzionale. La democrazia repubblicana, e la stessa Costituzione, avevano un valore particolare proprio perché fondate sull’antifascismo; senza questa connotazio- ne avrebbero perso gran parte del fascino che esercitavano sulla sinistra: aliena a trovare nella democrazia in sé, senza aggettivi, un valore assoluto che merita- va difendere, diffondere e celebrare adeguatamente. Era il carattere “antifasci- sta” della Costituzione della Repubblica, infatti, a impedire alla sinistra di con- notare come genericamente borghese o liberale l’ordinamento costituzionale. Gli aspetti sociali e progressivi insiti nella Carta svolgevano un ruolo positivo sulla storia repubblicana solo per la presenza e il condizionamento costante che le forze della sinistra svolgevano all’interno del Parlamento e nelle lotte socia- li, condizionando il rapporto tra società e stato e rendendo sempre presente, in esso, la garanzia dell’antifascismo. La data del 4 novembre costituiva, al contrario, la celebrazione della conti- nuità dell’apparato statale e delle istituzioni nazionali sul lungo periodo, inti- pendentemente dai regimi che si erano succeduti dal momento dell’unità d’Ita- lia in poi. Si celebrava, con il giorno della Vittoria, la Prima guerra mondiale co-
  • 3. 03Flores 8-05-2006 13:59 Pagina 33 Perché il 2 giugno non è diventata la festa nazionale dell’Italia? 33 me compimento e conclusione di quel processo di costruzione nazionale, che solo la battaglia irredentista sembrava aver portato a soluzione. Su questa data potevano convergere i nostalgici del regime fascista e i tanti tiepidi e “qualun- quisti” che proprio nell’immediato dopoguerra costituivano un terreno di lotta ed egemonia per il consenso ai partiti di massa; ma anche i “servitori” dello sta- to in senso più ampio, fossero gli ufficiali di un esercito repubblicano che si fon- dava sui valori di quello monarchico o fascista, o una burocrazia che proprio il fascismo aveva reso maggiormente autonoma e orgogliosa di sé e incapace nel- la sua totalità ad adattarsi fino in fondo alle nuove regole della democrazia, o ancora una magistratura che della propria indipendenza si faceva vanto per con- tinuare a rappresentare, in gran parte in continuità col fascismo, un puntello so- stanziale al potere politico invece che un suo contraltare di garanzia. La versione repubblicana del 4 novembre mescolava il culto della vittoria militare – depurato dal mito della vittoria mutilata costruita dal nazionalismo e assunto dal fascismo – con una generica pietas per i morti in battaglia e a dife- sa della patria, facendone un momento metastorico di sentimento collettivo na- zional-popolare, cui poteva aderire pur se senza entusiasmo il popolo della sini- stra (in fondo l’interventismo democratico era stato un aspetto non secondario della Prima guerra mondiale). In molte occasioni, tuttavia, la rivendicazione na- zional-militare della data del 4 novembre fu occasione di contrapposizione, an- che se solo raramente esplicita, tra uno schieramento governativo e della destra istituzionale cui si aggiungeva l’estrema destra neofascista e l’ala sinistra dello schieramento costituzionale; anche se in realtà l’occasione fu più spesso legata ad avvenimenti in cui segmenti della società civile ponevano sotto accusa il mi- litarismo e la sua tradizione che sopravviveva ancora nell’Italia repubblicana. Per il partito di maggioranza e di governo, la Democrazia cristiana, l’esistenza del 4 novembre come contraltare e compensazione del 25 aprile rappresentava un’occasione unica per riaffermare la propria centralità e moderazione, aderen- do a entrambe le date con convinzione ma non completa identificazione, il pro- prio conservatorismo ma anche la propria lealtà alle istituzioni democratiche, interpretate nel senso di una rottura solo parziale con lo stato fascista e con la tradizione monarchica e della riaffermazione della continuità nazionale rivisita- ta attraverso la nuova egemonia di quella Chiesa che era stata umiliata proprio dal Risorgimento. Il 2 giugno, pur formalmente giornata di festa e commemorazione alla “pa- ri” con le altre due date sopra ricordate, finiva per diventare una sorta di scaden- za pleonastica e secondaria, il momento “notarile” della nascita della Repubbli- ca (quello “sostanziale” venendo considerato il 25 aprile) e quello di puro ri- chiamo o sottolineatura del raggiungimento dell’unità nazionale (fissato nel 4 novembre per rimarcare la continuità in versione clericale col nazionalismo). Nessun valore particolare veniva infatti attribuito a quella data da parte del go- verno e dei partiti dell’arco costituzionale. Ed essa si presentava come una ce- lebrazione ibrida e contraddittoria, che vedeva la ripetizione della parata milita-
  • 4. 03Flores 8-05-2006 13:59 Pagina 34 34 Marcello Flores re del 4 novembre in forme più edulcorate e meno chiassose (legata in modo esplicito alla Nato e all’alleanza atlantica) affiancata all’omaggio retorico alla Carta costituzionale festeggiata in forma politico-diplomatica tutta interna al Palazzo del potere e che escludeva, nella sostanza, proprio il popolo su cui la Carta trovava il suo fondamento. Senza entrare adesso nel dibattito storiografi- co sul merito e sui limiti di una “Repubblica dei partiti”, sta di fatto che l’assun- zione della partecipazione popolare prevalentemente all’interno del sistema dei partiti, anche se con la verifica e la legittimazione del voto elettorale, escludeva di trovare un momento simbolico e unitario che fosse tale per l’intera totalità del popolo italiano e sulla base dei nuovi valori emersi con la fine della guerra (va- lori che incorporavano la Resistenza e l’antifascismo ma non potevano esaurir- si in esso) a livello europeo e internazionale oltre che italiano. Lo scarso interesse per il 2 giugno ebbe la consacrazione nella sua aboli- zione di fatto, avvenuta nel 1977 ad opera del governo Andreotti-Cossiga con il beneplacito di tutte le forze costituzionali, che “spostò” alla prima domeni- ca di giugno la celebrazione della Repubblica e alla prima di novembre la commemorazione del 4 novembre. La volontà di recuperare alcune tra le trop- pe festività infrasettimanali presenti nel nostro calendario colpì, e non certo pour cause, proprio la festa che più di tutte avrebbe potuto rappresentare e ce- mentare la coesione e l’identità nazionale; e questo nel pieno della discussio- ne sul compromesso storico e della strategia di entente nationale o union sa- crée, o grande coalizione tra Dc e Pci che l’anno successivo il rapimento Mo- ro accelerò e sacrificò al tempo stesso. Mantenere il 25 aprile era indispensa- bile all’identità comunista, che stava entrando nella maggioranza e non vole- va venir tacciato di cedimento e imborghesimento totale; mentre il 2 giugno poteva essere facilmente sacrificato, tenuto conto che esso era stato sempre celebrato esclusivamente come vittoria della repubblica sulla monarchia e non come voto per l’Assemblea costituente da cui doveva nascere la nuova Italia democratica. Quando il presidente Ciampi, durante la breve vita del governo Amato, reintrodusse nuovamente il 2 giugno come festività a tutti gli effetti, lo fece nel- l’ambito di quel recupero dell’identità nazionale italiana cui si è dedicato come parte fondamentale e rilevante del proprio mandato presidenziale. Senza volere affrontare criticamente questo aspetto cruciale del settennato Ciampi, che ha avuto comunque effetti e risultati importanti sul piano della modificazione del costume e degli atteggiamenti legati al problema dell’identità nazionale, biso- gna tuttavia sottolineare che il Presidente della repubblica non ha inteso punta- re prevalentemente sugli aspetti peculiari e originali del 2 giugno ma sull’inte- ro arco di strumenti e simboli utili alla rifondazione dell’identità nazionale de- gli italiani. Solo per questo, infatti, ha potuto sostenere, festeggiando la fine del- la grande carneficina del 1915-1918, che «il 4 novembre è un tassello essenzia- le nel percorso della memoria che ha il suo perno nella festa del 2 giugno, la na- scita, per volontà del popolo, della Repubblica».
  • 5. 03Flores 8-05-2006 13:59 Pagina 35 Perché il 2 giugno non è diventata la festa nazionale dell’Italia? 35 Il 2 giugno andava rivendicato come data unica e coerente della democra- zia italiana, in qualche modo contrapposta proprio al 4 novembre come festa dello Stato che si apriva alla democrazia e ripudiava la guerra. Trasformando il 25 aprile in una grande festa di popolo, da lasciare gestire prevalentemente ai partiti antifascisti, ai comuni e alle organizzazioni di ex partigiani e di cittadini, con una più discreta e quindi meno invadente e retorica presenza delle istituzio- ni statali. Se non è stato possibile lo si deve alla mancanza di una forza, nell’im- mediato dopoguerra, che facesse della democrazia l’orizzonte principale della propria azione e del proprio programma; senza subordinare la difesa della de- mocrazia alla propria crescita e radicamento e ottenimento del consenso popo- lare. Ma anche ai profondi limiti, culturali ed etici prima ancora che politici, dei partiti che concorsero a fondare la Repubblica e a costrurine i tasselli fonda- mentali.
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