Omaggio ad Axis Mundi – XXIV - SUFI – Percorsi ascensionali e pratica dell’estasi nel Sufismo

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Proponiamo alla lettura, meditazione e soprattutto all’Operatività la seconda parte del capitolo dedicato alla visione della Tradizione secondo i Sufi : 5.1 – Percorsi ascensionali e pratica dell’estasi nel Sufismo Ribadendo, come sempre, il

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   Omaggio ad Axis Mundi  –   XXIV Axis Mundi (http://www.axismundi.biz/) 1  ha rappresentato per anni un punto di riferimento sapienziale di rara profondità. Gli invisibili curatori, completato il ciclo di sviluppo, hanno silenziosamente chiuso il sito. Accettando solamente, rare volte, contributi esterni. Abbiamo reso alcuni omaggi riconoscenti che hanno destato interesse, nonché richieste di proseguire. Proponiamo alla lettura, meditazione e soprattutto all’Operativ ità la seconda parte del capitolo dedicato alla visione della Tradizione secondo i Sufi 2 : 5.1  –    Percorsi ascensionali e pratica dell’estasi nel Sufismo   Ribadendo, come sempre, il Significato di questa monumentale quanto complessa Opera: “ operazione ” tesa a    proporre, suscitare “ operatività ”.  Ogni ordine tradizionale che mantenga la continuità della trasmissione assume tale compito operativo come base fondante, se non addirittura di pre-requisito per iniziare la Via. E’ una proposta di meditazione finalizzata all’operatività concreta, da sperimentare direttamente. 1   Da non confondere con l’omonimo blog, che non ha nulla a che vedere con il sito srcinale 2  Per la prima parte cfr. https://www.academia.edu/36505734/Omaggio_ad_Axis_Mundi_-XXIII_-SUFI_- _Stati_stazioni_e_virt%C3%B9_del_cammino_verso_Dio_e_fisiologia_mistica_del_corpo_sottile    Omaggio ad Axis Mundi - XXIV  2 5.1  –   Percorsi ascensionali e pratica dell’estasi nel Sufismo   Guerriero islamico che combatte contro il demonio, pannello in ceramica, Arge Karim Khani (Iran), XIX sec.  Stupore sprigiona la danza il mistico nome t’incanta beatifica stasi s’avanza  al ritmo di musica santa Il Sufismo utilizza a suo modo la classica tripartizione corpo-anima-spirito. Il corpo viene considerato il tempio dello spirito, le vestigia del Creatore, punto di partenza nella realizzazione spirituale. A questa sua funzione allude Sohrawardi nel poema “templi della luce”. Lo spirito è, al pari del cielo, splendente e immutabile al di sopra degli orizzonti   Omaggio ad Axis Mundi - XXIV  3 dell’anima. Rappresenta un mondo che, pur non essendo identificato con Dio, è da lui inseparabile, e quindi già si trova in prossimità del divino. L’anima è soggetta all’attività spirituale. E’ il piombo che deve tramutarsi in oro, la luna che deve congiungersi al sole. Ma se essa non riconosce il suo legame col Creatore, e si identifica esclusivamente col mondo materiale, è destinata a perdersi e a soggiacere esclusivamente, anziché allo spirito, ai dettami della parte più bassa dei bisogni corporali e istintuali. Per il sufi, la debolezza dell’uomo è legata alla sua natura inferiore, istintiva. Egli deve compiere un’opera di purificazione, principalmente attraverso la meditazione. La forma più importante è il dhikr, che significa ricordo: la via alla purezza totale e permanente è il ricordo di Dio. Questo ricordo continuativo si ottiene attraverso la ripetizione costante del suo nome, in ogni attività, della quale anzi, mantenendo il ricordo di Dio, si aumenta l’efficacia. Es so diviene una sorta di concentrazione e di meditazione orante, attraverso una serie di formule da ripetere ad alta voce oppure mentalmente e che variano a seconda della confraternita di appartenenza e del livello di iniziazione. Spesso alcuni movimenti del corpo, che possono essere vere e proprie danza con particolari accompagnamenti musicali, sono accompagnati alle recitazioni, in base all’idea che ripetendo il nome di Dio assieme alla danza si apre la porta dell’anima alle influenze divine (pratica dell’ estasi). Tra le pratiche estatiche, vi è il Sema, la preghiera dei dervisci (lett. mendicanti, designa i monaci itineranti appartenenti a una confraternita mistica) roteanti, creata da Gialal ad-Din Rumi, il poeta filosofo chiamato Maulana, “il nostro signore”, circa nel 1250. Secondo la tradizione, egli un giorno attraversando il quartiere degli orafi di Konya, in Anatolia, si fermò improvvisamente, forse ispirato dal tintinnio ritmato dei martelli che lavoravano   Omaggio ad Axis Mundi - XXIV  4 l’oro, allargò le braccia e cominciò a rote are su se stesso come danzando. Successivamente, egli introdusse nelle fino ad allora molto austere cerimonie religiose la danza e la musica, e riunì intorno a sé dei discepoli itineranti che furono chiamati appunto dervisci. Danza dei dervisci, miniatura del XVI sec. Essi nelle loro cerimonie indossano bianche vesti che simboleggiano il sudario dell’anima e la sfera spirituale del divino, un alto copricapo conico di feltro rosso che rappresenta la stele funebre che sovrasta la tomba e un ampio mantello   Omaggio ad Axis Mundi - XXIV  5 nero che si toglie all’inizio della cerimonia a significare l’anima che si apre alla verità. Il Semazen, capo dei dervisci, autorizza ad uno a d uno i discepoli a danzare. Essi volteggiano con le braccia incrociate sul petto e la testa china, ruotando da destra a sinistra, “intorno al loro cuore”, e aprendo le ampie gonne. La rotazione rappresenta il meccanismo del movimento dell’universo; i danzatori aprono le braccia, col palmo della mano destra rivolto verso l’alto per accogliere le influenze divine, e quello della mano sinistra verso il basso per trasmetterle agli uomini. Facendo da ponte tra cielo e terra, essi vogliono nella danza raggiungere l’estasi e la comunione col divino. Il senso antiorario è proprio del moto delle pellegrini alla mecca, ma anche del moto dei pianeti e delle sfere celesti, e rappresenta la danza ciclica del cosmo. Per il Sufismo, gli uomini sono legati dai loro condizionamenti, che li tengono lontani da Dio, schiavi della loro conformazione, in una condizione di scarsa consapevolezza di sé, paragonabile al sonno. Da qui l’importanza delle tecniche di risveglio, gli sho ck, che si ritrovano nelle storie sufi, brevi apologhi simili ai racconti zen, che hanno diversi possibili livelli interpretativi, disposti uno sull’altro a bulbo di cipolla, e la cui comprensione quindi dipende dal livello di perfezionamento raggiunto, sì che un  buon maestro sa dosare l’insegnamento giusto a seconda del momento, che poi corrisponde alla recettività dell’allievo. La realtà esterna non è per il sufi che un riflesso della realtà simbolica, che è la realtà vera, e non il contrario. L’unità del mondo, l’unità vera, situata in un “al di fuori”, nel mondo delle cose invisibili, è un insieme in cui i singoli fenomeni non hanno altra realtà che quella dell’attimo; essi
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