La liturgia come forma della comunità

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La liturgia come forma della comunità relazione di Padre Giorgio Bonaccorso Se viaggiate un po tra gli studi di sociologi, psicologi e attualmente anche di biologi, scoprirete che in questi ultimi vent anni la ritualità è uno dei fenomeni più studiati. C è un libro in inglese, di circa 400 pagine di sola biografia. Questo perché il comportamento rituale ha contribuito moltissimo a creare la socialità in tutte le comunità umane conosciute. È un dispositivo comportamentale molto complesso che è stato decisivo poi per creare l apertura del sociale al sacro. Quindi, l apertura al sacro e la condivisione sociale trovano il loro fondamento appunto nel comportamento simbolico rituale. Questo è confermato anche nella tradizione biblica. Basterebbe ricordare, anche solo come premessa, che il racconto del rito pasquale (Es 12) non è al termine del cammino esodale del popolo, ma è dentro. Il che vuol dire che il rito on è solo la memoria dell evento, ma contribuisce a istituire l evento. Questo dato biblico, confermato ancora di più nel nuovo testamento, è molto importante. Potremmo dire che tutta la rivelazione biblica si muove tra storia e rito. Ovviamente storia, ma la componente che si sta scoprendo sempre di più è che la ritualità è decisiva in questo cammino. Non è solo zikkaron - anamnesis, ma proprio istitutrice dell evento stesso. Il caso più tipico è l evento di Gesù: è interessante che stando ai dati sinottici il primo atto pubblico non è stata la predicazione, ma è stato un rito, cioè il battesimo di Giovanni. Gesù ha iniziato il suo apostolato facendo un rito ed è interessante - questa è la cosa più incredibile - che al termine della sua esistenza terrena ha messo un rito alle soglie dell evento pasquale, l ultima cena. Dal punto di vista antropologico è inequivocabilmente un comportamento rituale, per i cattolici è anche l istituzione dell Eucaristia. È indiscutibile che abbia la forma di un rito. Alcuni biblisti si sono chiesti come mai ha fatto questo rito prima della Pasqua. Noi diciamo spesso che l Eucaristia è la memoria della Pasqua, ma la prima Eucaristia è stata fatta prima della Pasqua. Anche nella formulazione del triduo pasquale dovremmo dire che è parte costitutiva della Pasqua. Quindi anche l Eucaristia non è solo memoria della Pasqua, ma è una componente che contribuisce a istituire l evento pasquale. Siccome è quella che può essere ripetuta - le altre componenti invece no - è anche quella che trascina con sé tutta la Pasqua e quindi la rende presente di generazione in generazione. Il motivo per cui il rito sembra veramente fondamentale - in particolare la liturgia e ancora più in particolare l Eucaristia - è perché nelle religioni in genere e comunque nelle religioni bibliche il problema non è solo ricordare che è avvenuto qualcosa, ma è rendere presente oggi. Qui c è una grande differenza tra le filosofie e le religioni: io posso avere una convinzione ideologica perché faccio memoria di un pensiero o di eventi del passato. Questo non ha ancora a che fare con una esperienza di fede. L esperienza di fede scatta (e non solo nel mondo biblico) quando io vivo oggi quello che è avvenuto. Non la rappresentazione, ma la presentificazione è il dato fondamentale dell esperienza di fede. Ecco perché non basta il mito. Non basta neanche la Bibbia, ma ci vuole un rito. Non basta ricordare, bisogna fare esperienza oggi. La teologia dell hodie (che è una delle teologie fondamentali dei Padri della Chiesa) sembra andare in questa linea. Anche nell eucologia del Natale e della Pasqua non si dice duemila anni fa, ma oggi, questa notte, adesso si incontra Cristo. La ritualità in genere e l Eucaristia in particolare è importante perché oggi mi fa non solo ricordare ma incontrare, con elementi fisici. È la fisicità che mi fa incontrare: io posso pensare a voi stando anche nel mio monastero, ma quando vi incontro? Solo quando mi attivo corporalmente, fisicamente. La fisicità è fondamentale nel rito, è fondamentale nell Eucaristia ed è fondamentale per la fede. Sembra dai dati più avanzati dell antropologia del rito, ma sempre più confermato anche dalla teologia liturgica, che senza rito non può esistere fede. A molti antropologi atei sembra che il rito sia la parte più importante delle religioni. Questo sorprendentemente è in linea con il numero 10 di Sacrosanctum Concilium dove di dice che la liturgia e in particolare l Eucaristia è fons et culmen della vita della Chiesa. Sapete che quel documento aveva suscitato molte discussioni nell aula conciliare prima di essere definito, proprio perché qualcuno diceva che fonte e culmine della vita della Chiesa dovrebbe essere l agape, l amore. Qualcuno aveva proposto per mediare di mettere Eucaristia invece che liturgia. Sta di fatto che il documento ci dice liturgia, insieme a Eucaristia. È fondamentale che la liturgia, in particolare l Eucaristia, è fonte e culmine della vita della Chiesa. Il che veramente si può tradurre nel titolo usato: La liturgia come forma della comunità. Qui però può esserci un equivoco. La liturgia può essere i libri liturgici, che sono preziosi e che con la riforma si sono molto arricchiti, oppure la teologia della liturgia, cioè la riflessione sui libri liturgici. Ma il problema fondamentale del rito - e penso che i pastori lo sappiano molto bene anche più dei teologi - è la sua esecuzione. Una volta anche formulati principi stupendi, come mai poi non funzionano? È come nel teatro o nella musica: posso avere un bellissimo testo o partitura, ma poi tutto dipende dalla sua esecuzione. L esecuzione non è solo questione di sapere delle cose, ma di avere abilità nel metterle in pratica. Qui c è il punto fondamentale dove la parola d ordine è corpo. Dal punto di vista dei contenuti della teologia liturgica la parola corpo è decisiva: usiamo corpo di Cristo per intendere la persona di Gesù, la comunità credente e il pane consacrato. Quindi è un termine unificante. Tutto questo svanirebbe se non attiviamo la nostra corporeità: se il corpo di Cristo - nelle sue diverse significanze - è così decisivo, allora l interfaccia di questo corpo di Cristo è il nostro corpo. Possiamo rispondere adeguatamente solo attivando tutta la nostra corporeità. Questo credo che sia uno dei dati fondamentali da tener presente. Andando più dentro la questione della comunità, allora possiamo considerare alcuni elementi più strettamente teologici (che hanno a che fare con i libri liturgici e con la riflessione), ma poi vorrei concludere con dati più antropologici cercando di realizzare un matrimonio ed evitando un pericolosissimo divorzio tra antropologico e teologico. È uno dei divorzi più tremendi. Riguardo a liturgia a comunità credo che ci siano due punti fondamentali da tener presente, che prendo da indicazioni del Concilio che poi sono state molto studiate ed elaborate dagli esperti. Primo dato ecclesiologico: Niente Chiesa senza assemblea (J. Gelineau), niente Chiesa universale senza assemblea concreta. La liturgia non è una teoria ecclesiologica, ma è una concretezza comunitaria. La liturgia mi viene a dire che finché non c è Paolo, Maria, Pietro, Giovanni, Lucia, cioè nomi propri, persone concrete che si riuniscono in un hic et nunc, non esiste Chiesa. La Chiesa non è un concetto (sembrerebbe lapalissiano da dire, ma purtroppo non lo è). Chiesa universale può subire il rischio fortissimo di diventare concetto universale di Chiesa. Il concetto universale di Chiesa è la tomba della Chiesa universale: la Chiesa universale è invece il rapporto agapico tra tutti i credenti in una comunità concreta e poi tra le comunità. La trama che tiene in vita la Chiesa universale è il rapporto interpersonale. Senza il paradigma liturgico che parte dalla Chiesa concretamente riunita non esiste la Chiesa universale. Non è la Chiesa universale che fa l assemblea liturgica, ma è l assemblea liturgica concreta che fa la Chiesa universale. È un concetto decisivo: tolto questo noi viviamo con pregiudizi a partire dai quali diventa secondaria la liturgia. Se non abbiamo l ecclesiologia della concretezza, non capiamo perché c è il sacramento, la liturgia. Ci basta una teologia o una interpretazione biblica. La Bibbia stessa ci indica invece sorprendentemente la concretezza. Se è fondamentale questo, stando sempre ai documenti conciliari, parola chiave diventa partecipazione. Sacrosanctum Concilium parla spesso di partecipazione. Prima di tutto vuol dire essere parte di. Non è fare delle cose. È sentirsi parte di una comunità riunita (ed è un fattore che ha anche un aspetto emotivo). Se salta questo, tutte le altre cose che facciamo non funzionano. Lo direbbe qualunque sociologo, ma nella liturgia è particolarmente importante perché se io non condivido con qualcun altro la mia fede, la mia fede non esiste. Una tesi che emerge è che la coscienza in genere è un fatto non soggettivo ma intersoggetivo (è un dato ormai neuroscientifico e neuropsichiatrico), ma la fede religiosa non è né oggettiva, né soggettiva. La fede nasce da un rapporto intersoggettivo: ha una struttura testimoniale, infatti. Necessita uno che parla a un altro: io da solo posso essere solo ateo. Se non c è un tu che incontro (e non una idea generalista di comunità) non posso fare un atto di fede. Durkheim, un secolo fa, diceva che sacro e sociale sono la stessa cosa, tanto sono strettamente uniti. L altro è la condizione della mia fede. Ecco perché l amore è più importante della fede: perché l amore in quanto relazione con l altro è la condizione per avere fede. Non è solo vero se hai fede devi amare, ma è vero soprattutto il contrario: se ami puoi avere fede. Antropologicamente è proprio così. È l atteggiamento di intersoggettività, di relazionalità, di comunione che mi rende capace dell atto di fede. Per arrivare all alterità divina devo passare attraverso le alterità che ho a disposizione di giorno in giorno. Tra l altro qui c è una genialità del Vangelo: perché l amore al nemico è così importante? Non è soltanto una indicazione etica. L amore al nemico è fondamentale perché il nemico tendenzialmente è il più altro, è il più differente. Se io non riesco a riconciliarmi con ciò che è più differente nell ordine umano, come posso riconciliarmi con Dio che è molto più differente del nemico? Quindi la via a Dio è il nemico, è l altro come differente. Anche psicologicamente è geniale questo passaggio di Gesù. L alterità vera non è quella tra me e una ipotetica comunità. Tutti sono per la comunità, per la vita comunitaria, quando poi incontri Carlo o Luisa bisticci. La vera scommessa è la persona concreta che devo incontrare. Ecco perché a me piace parlare più di intersoggettività che di comunità. La comunità è rapporto intersoggettivo. È il nome proprio dell altro la vera scommessa. L assemblea liturgica è quella che non mi teorizza una comunità che ho in mente io e ci vado d accordo perché ce l ho nella mia testa. Se la liturgia fa questo, se mi fa incontrare veramente l altro e mi fa fare comunione con ciò che è differente da me, è veramente forma della comunità, crea cioè comunione. Concretamente. È abilità. Facciamo l esempio dell arte. Posso sapere tutte le teorie estetiche del mondo, ma non saper disegnare nulla. Per disegnare mi serve un percorso, un laboratorio che mi abilita a saper disegnare e non solo a teorizzare. La liturgia è un laboratorio. La liturgia è una abilità agapica, non una teoria generale. La partecipazione è indicata appunto dal Concilio attiva, consapevole, pia. Interessante che ci sono tutte le componenti fondamentali di un esperienza concreta. Gli studi psicologico concordano nel dire che l uomo è azione, emozione, ragione. In questa definizione di partecipazione (anche se i Padri conciliare ovviamente non hanno pensato in questi termini) ci sono tutte e tre queste componenti: maggiore consapevolezza vuol dire ragione, però non basta. Deve essere attiva, appunto l azione. E poi pia, che in qualche modo richiama la sfera emotiva. È importante che la partecipazione perché sia reale tenga presente tutte queste tre sfere. Se si perdono queste coordinate non avviene la partecipazione. Vorrei aprire una parentesi che è anche una critica verso una certa elaborazione teologica (nei seminari) o catechetica (nelle parrocchie) di un percorso eccessivamente istruzionale che si affida prevalentemente alla ragione (fides et ratio) che è troppo riduttivo. Una iniziazione che si affida fondamentalmente a istruzione fallisce. Non a caso tutte le iniziazioni conosciute nelle società sono iniziazioni rituali, cioè comportano un coinvolgimento di tutta la persona con movimenti, azioni, emozioni. La paura e la vergogna sono due componenti costitutive di una esperienza profonda di coscienza, di valore e di fede. Le iniziazioni, quasi ovunque, si sono avvalse molto della paura e della vergogna. La paura è il rapporto con l ambiente, la vergogna è il rapporto con gli altri. Così, senza queste dinamiche relazionali, ad esempio la cresima che dovrebbe essere il sacramento del massimo inserimento, diventa il sacramento dell addio. È un problema contemporaneamente teologico e pastorale. È fondamentale non dimenticare la sfera emotiva e la sfera attiva. L iniziazione è anche fare delle azioni. Pesiamo alla tradizione dei Padri della Chiesa con la mistagogia. L istruzione è dunque uno degli aspetti. Se l istruzione è connessa a azione e emozione funziona, se è troppo svincolata dalla sfera emotiva e da quella attiva non funziona. Può funzionare solo a livello accademico, quando si fa scienza, ma è ben diverso dal discorso formativo. Qui si gioca la liturgia, il rito e l Eucaristia in particolare come capacità di formare la comunità. Forma la comunità se rispetta quello che è, se cioè chi esegue la liturgia rispetta la natura della liturgia: non c è bisogno di fare chissà quali stranezze, vanno rispettate le dinamiche intrinseche al rito stesso e alla liturgia in particolare. Vorrei sottolineare alcuni elementi, prendendo come obiettivo principale l Eucaristia. Non svincoliamo l Eucaristia dall intero percorso liturgico. È molto pericoloso. Prima perché l iniziazione cristiana ci dice che l Eucaristia è il vertice di tutto un percorso, ma poi perché c è il rischio di pensare l Eucaristia come una cosa a sé dimenticando che senza il contesto globale liturgico è come un pesce fuor d acqua. Muore. I sacramenti e in particolare l Eucaristia o la penso in atto o diventa una pura teoria, ma così si smentisce tutto quello che abbiamo detto. Il percorso dell iniziazione ha una strategia straordinaria: da un punto di vista puramente antropologico c è il dato molto semplice che col Battesimo si nasce, poi uno che nasce ha bisogno di essere cibato ed ecco l Eucaristia. C è una coerenza elementare tra Battesimo (nascere) e Eucaristia (cibarsi). Tra l altro la liturgia basandosi sul Battesimo e sull Eucaristia ci dice la natura vera della fede: la fede non è credere in Gesù Cristo, la fede è essere in Gesù Cristo. È un altra cosa, è immersiva, anzi co-immersiva: nel Battesimo io sono immerso in Gesù Cristo (pensate al battistero, l acqua), la fede è essere immerso in Gesù Cristo; con l Eucaristia mangio Gesù Cristo e quindi Gesù Cristo è in me. Io in Gesù Cristo e Gesù Cristo in me è l essenza della fede. È il motivo per cui si può dare il Battesimo ai bambini: una certa teologia razionale e la modernità razionalista ci ha sviato facendoci credere che la fede sia innanzitutto una scelta, certo è anche una scelta come momento di consapevolezza, ma come dice la teologia di San Paolo la fede non è scegliere ma è essere scelti da Dio. Questa verità teologica è sorprendentemente convalidata dalle scienze più avanzate che ci dicono che le scelte fondamentali vengono prima dell opzione: siamo preceduti da condizionamenti biologici, storici, psicologici senza i quali non potremmo scegliere. Questo legittimerebbe un percorso che va prima della consapevolezza, anche se poi bisogna dare tutto lo spazio necessario al momento razionale di consapevolezza. Il modello non è quello dell andare a scuola per imparare delle cose e dire quindi sì, ci credo, ma la struttura è quella del nascere, è un modello biologico familiare. Anche per questo l icona di Maria è così importante perché la fede prima di tutto non è sapere ma entrare in contatto, è fare esperienza e buona parte della nostra esperienza è inconscia e preconscia. Il bambino appena nato fa già esperienza della mamma e del papà anche se non sa chi sono i suoi genitori, così è per la fede in Gesù Cristo, faccio esperienza di Gesù Cristo prima di sapere di farla. Questo è fondamentale: la fede non è sapere di averla, si può avere fede senza sapere di averla. La fede è una esperienza molto prima che una sapienza o una conoscenza. La consapevolezza di scegliere è uno dei problemi pastorali importanti, ma non se non c è un percorso precedente di esperienze non sono in grado di fare una scelta. È solo dall esperienza di Gesù Cristo che nasce un sì consapevole. Non l inverso. La fede non è deduttiva (so, quindi) ma è esperienziale, come le cose fondamentali, come l arte. Non posso dimostrare che la Gioconda è bella prescindendo da un cammino immerso estetico. Estetica, arte, teologia e fede sono molto vicine e dovrebbero esserlo anche nel cammino formativo. Questo vuol dire che non devo affidarmi soltanto al testo, ma devo dare molta importanza al contesto liturgico e soprattutto al contesto eucaristico, là dove veramente faccio delle cose (non solo so) e provo delle emozioni. Il dato antropologico del sapere che l esperienza è fondativa anche per la coscienza e il dato teologico che mi dice che la fede prima che una conoscenza è una esperienza vanno perfettamente d accordo. Il corpo con le sue dinamiche e tutte le sue componenti è causa efficiente della coscienza: è il corpo che fa la coscienza. Gli esperti lo chiamano il paradigma del body in mind, del corpo nella mente. Che sia il corpo e quindi tutti gli elementi esperienziali attinenti a fare la coscienza in termini teologici vuol dire che è il rito (in quanto corpo) che fa la fede. Quindi non è solo vero che ci vuole la fede per partecipare al rito (che pure è importante), ma ci vuole il rito per avere fede. Se mancano il corpo e il rito che ci educano alla fede, non scatta il secondo principio cioè che ci vuole la fede per partecipare al rito. Prima devo fare il primo passo: prima devo avere un dispositivo che sembra essere quello rituale che mi abilita ad avere fede e poi la fede sarà importante per ritornare e vivere quei gesti rituali e comportamenti liturgici. Siccome tutto questo è intersoggettivo, è importantissimo il rapporto intrinseco tra liturgia in genere e Eucaristia in particolare con la comunità. Sono indisgiungibili. Concretamente cosa significa tutto questo? Il presupposto è che devono esserci chiare le due basi ed attivate le due componenti che sono strettamente unite. La prima è che devo veramente attivare tutte tre le componenti (azione, emozione, ragione). La seconda è la qualità multimediale della ritualità, cioè attivare tutti i linguaggi principali. Ad esempio i linguaggi non-verbali sono molto legati alla sfera emotiva e all azione. Qui dobbiamo avere il coraggio di fare una svolta: evitiamo di aver paura delle emozioni. Noi abbiamo costruito una teologia che sembra improntata alla paura delle emozioni. Sappiamo bene che le emozioni sono ambigue, come sono potenti nel bene così sono altrettanto potenti nel male. Anzitutto però sono potenti nel bene. Se dimentichiamo l importanza della sfera emotiva nel suo aspetto positivo poi tutto il resto non funziona. Quello che sta avvenendo nelle ricerche e anche nelle prassi della comunità umana è un ritorno al sacro che passa attraverso la sfera emotiva. Con mille pericoli, soprattutto quando c è il rischio che manchino le altre due dimensioni, soprattutto quella razionale. Noi però abbiamo fatto l errore opposto: troppo razionale e poco emotivo. Bisogna comporre le due cose che sono altrettanto
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