In vista di una riedizione delle Epistolae Aemilianae di Giovanni Battista Morgagni

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Oltre che medico e scienziato G.B. Morgagni si è meritato e a ragione una menzione speciale come storico locale, come scriveva lui “dell’Emilia”, nell’ambito della tradizione erudita del ‘700 e specificamente della tradizione erudita ‘romagnola’. Frutto delle sue ricerche, che partono per lo più da interessi locali e personali, sono le quattordici dissertazioni in latino che prendono la forma classicheggiante di ‘epistole’, tipica della comunicazione scientifica del periodo. Esse sono al contempo la manifestazione del suo desiderio di sentirsi a pieno titolo inserito nella comunità scientifica e di contribuire al lustro e all’importanza della sua terra e, soprattutto, della sua città. Scritte anche come ‘pezzo di bravura’ rivelano le profonde conoscenze storiche e letterarie dell’autore in un’epoca in cui la cultura umanistica (e classica) e quella scientifica non erano affatto distinte o contrapposte.

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  1 Gianluca Braschi I N VISTA DI UNA RIEDIZIONE DELLE E PISTOLAE  A EMILIANE   Mi capita di cominciare questa breve escursione nel territorio delle Epistolae Aemilianae  di Giovanni Battista Morgagni esattamente dalla fine e, forse, non è un caso. Dal momento che mi sono interessato involontariamente e, purtroppo, a lungo della questione del ‘vero Rubicone’ (qualunque cosa ciò voglia dire) mi è venuto spontaneo chiedermi, data l’affinità di impostazione e la contiguità temporale fra il Morgagni e gli altri agguerriti studiosi romagnoli, se avesse anche lui trattato in qualche modo la questione. Sono presto accontentato: scorrendo sommariamente la lista degli argomenti, pro prio nell’ultima delle Epistolae  incorro in una dotta disquisizione su Cesena e sul Savio (da buon Forlivese il Morgagni relega incidentalmente e alla fine eventuali discussioni su ‘cose cesenati’ e non tratta di ‘cose riminesi’)  nello svolgimento della quale non resiste, ovviamente, neppure lui, alla tentazione di lambire la questione del corso del fiume Rubicone a quel tempo al centro della più infiammata delle contese fra dotti Cesenati e Riminesi, ma subito conclude (e con questo paragrafo conclude pure le  Aemilianae ): Vorrei che tu prendessi quel che ho scrit to qua e là sul Rubicone così come ti ho detto all’inizio. A dire la verità non ho fatto altro se non confessare candidamente, mentre leggevo la maggior parte di quanto s critto da una parte e dall’altra   sull’argomento e pubblicato fino all’anno  1744, in quali passi si appuntassero i miei dubbi. Confesso anche che non mi sfugge quanti uomini e di che levatura parteggino per i Riminesi; per quanto alcuni fra i più recenti, quasi dimentichi di sé, concordino ora con quelli ora coi Cesenati. Quanto a me che ho e ho avuto amici fra gli uni e gli altri cultori della verità non meno di me, se dopo tutto quel che è stato battuto e ribattuto da entrambe le parte fossero prodotti nuo vi argomenti come sento che accadrà passerò volentieri dalla parte dell’opinione che mi parrà che mi levi più facilmente i miei dubbi. Saluti. (Morgagni, 1931, p. 238). C’è un po’ tutto il Morgagni delle  Aemilianae  in questo semplice passo: il culto (si oserebbe dire ‘scientifico’, ma nel senso che questo termine ha nel XVIII secolo) della verità, l’uso di un latino vera e propria lingua artificiale della scienza del tempo, che non ha più alcun riscontro col parlato, la limitata circolazione di questo tipo di scritti a una ristretta cerchia di accademici che sono tra l’altro amici personali o, comunque, legati da vincoli derivanti dalla condivisa educazione e cultura, il municipalismo storico, l’uso sofisticato, ma l imitante delle fonti secondarie e letterarie, la retorica della dissertazione come tecnica d’argomentazione, l’uso di uno stile difficile e convoluto che marca a un tempo l’autore come un dotto e come un ‘vir’ dalla conclamata fama e autorevolezza e restri nge il suo uditorio a un cerchio di suoi pari, l’impostazione per così dire ‘hobbistica’ del medico e scienziato che nel suo tempo libero ritorna con la mente ai suoi luoghi natali e si diletta col gioco della filologia e della storia, ma pure non sfugge un sottinteso vuoi diplomatico vuoi politico laddove l’autore si sgancia prudentemente dalla questione per non inimicarsi né gli  2 uni né gli altri fra i contendenti. Curioso, ma fino a un certo punto, che anche l ’eclettico ed enciclopedico riminese Giovanni Bianchi (o Iano Planco), animatore della contesa sul Rubicone, esercitasse la professione medica e fosse altresì considerato sommo letterato e filosofo e, non a caso, si trova fra i corrispondenti di Giovanni Battista Morgagni. La tradizione del testo Che posto occupano le  Aemilianae   nell’ambito della sterminata e varia produzione di Sua Maestà Anatomica Giovanni Battista Morgagni? Un resoconto minuzioso della tradizione del testo manoscritto e delle sue edizioni è nella nota bibliografica a cura di Augusto Campana in appendice all’edizione a stampa del 1931, resa possibile dalle Celebrazioni Morgagnane di quell’anno particolarmente sontuose  , data l’importanza a cui assurge —  per ovvie ragioni —  la città di Forlì negli anni Venti e Trenta del Novecento. Oltre alla citata pubblicazione dell’edizione a stampa delle  Aemilianae si pubblica il volgarizzamento di Ignazio Bernardini, si trasferisce un monumento al Morgagni al centro della piazza che porta il suo nome, si conia una medaglia celebrativa. Il testo autografo delle Epistolae Aemilianae  , insieme a tutto il fondo dei manoscritti e documenti morgagnani, è conservato presso la Biblioteca “Aurelio Saffi” di Forlì, cui è pervenuto dopo varie peripezie. Secondo la notizia di Augusto Campana in appendice all’edizione del 1931 fa parte del volume VII I della collezione: nel volume sono presenti le minute dell’Epistola I e dell’Epistola II nonché la bella copia dell’Epistola II, le minute delle Epistole II-XIV: la contrapposizione fra le Epistole I e II e le III-XIV è costitutiva del testo al punto che la I e la II potrebbero essere state pensate come epistole isolate con una loro storia, un loro dedicatario e una data di composizione ben precisa, mentre le III-XIV costituirebbero un ‘corpus’ unitario com posto dal Morgagni in tempi successivi e discontinui, ma, tenendo in mente un progetto di studio e ricerca, che va al di là della discussione di singole questioni in singole epistole concepite come dissertazioni autonome e complete. Oltre al testo delle  Aemilianae  , nel fondo, sono presenti le minute del frontespizio, la citazione di Marziale (in epigrafe al testo stampato), la minuta della dedica premessa all’edizione a stampa, l’introduzione all’indice - sommario e l’indice -sommario stesso. Le minute delle Epistole contengono anche oltre alle notazioni a margine che nel loro complesso vanno a costituire l’indice -sommario anche diverse note ad uso personale del Morgagni stesso, nonché i numeri delle pagine dei libri citati, i nomi degli autori che, poi, Morgagni decise di non nominare espressamente nel testo definitivo a stampa, nonché alcune note esplicative a proprio uso personale. Dell’epistola I, scritta espressamente e dedicata a Giorgio Viviano Marchesi, esiste una copia in pulito che il Morgagni scrisse di proprio pugno e in bella copia per il dedicatario, ora nella Collezione Piancastelli. Le Epistola Aemilianae  contano due sole edizioni a stampa: quella del 1763 nelle  Opera Omnia  curata dal Morgagni e quella già citata del 1931 curata da Augusto Campana. La prima edizione a stampa fu particolarmente laboriosa e difficile e uscì in parti separate in diversi anni a Venezia per i tipi dei Remondini. Campana arriva a contare fino a cinque versioni  3 differenti degli  Opuscula Miscellanea  (quelli che contengono appunto le Epistolae Aemilianae e costituiscono il V e ultimo tomo dell’Opera) . Colpisce immediatamente e costituirà un cruccio per ricercatori e collezionisti la rarità degli esemplari stampati. Campana ne riesce a tracciare solo sette di cui nessuno nelle biblioteche pubbliche della Romagna, ma tre in mano ai privati (una in quelle di Carlo Piancastelli) e quattro in Biblioteche fuori delle Romagna (Archiginnasio di Bologna, Universitaria e Civica di Padova, Comunale di Verona). Bartolomeo Borghesi, a cui fu chiesto in seguito di pubblicarne una traduzione in Italiano, ne ebbe fra le mani due copie: una di Michele Rosa e una di Girolamo Ferri, che pensò, infatti, di scrivere una continuazione delle  Aemilianae  con lo stesso titolo. L’edizione dell’ Opera Omnia  del Morgagni, ormai universalmente famoso come fondatore dell’anatomia patologica, fu una sorta di glorificazione del lo scienziato lui vivente e l’occupò per buona parte dei suo i ultimi anni. Anche in questo caso, mentre il Morgagni continuava a vivere e ad insegnare a Padova, l’edizione fu portata a termine a Venezia presso la tipografia del Remondini. A questo proposito scrive Antonio Larber, archiatra della città di Bassano, che fu, pertanto, probabilmente il collaboratore ‘in loco’ dell’edizione degli Opuscula Miscellanea  del 1764: Ma prima di terminare questa prefazione non mi asterrò brevemente dall’avvertire in anticipo i Lettori e anche dal pregarli di non adirarsi troppo o di stupirsi se quegli errori li hanno offesi in quest’edizione che fu quanto più possibile accurata e corretta . Insomma, ci furono parecchi errori e —  come prosegue il Larber —   in particolare l’edizione delle  Aemilianae  fu particolarmente sfortunata, se al momento della stampa si era persa un’intera pagina del testo srcinale che fu recuperato in seguito ed inserito negli errata corrige . A detta del Campana, però, il testo perso non è quello che compare a p. 84 in quella sede, ma un secondo di cui ci informa una lettera a Francesco Maria Zanotti. Ed è solo un esempio delle difficoltà oggettive in cui fu portata a termine l’edizione del 1764.   Fra i tanti altri meriti l’edizione critica di Augusto Campana e la ristampa  del 1931 hanno anche quello di mettere in evidenza l’apparato delle note e delle numerosissime citazioni del Morgagni, da cui si evince la sua predilezione per le fonti classiche (come già detto), ma anche la sua capacità di spaziare da quelle a quelle medievali e rinascimentali (un posto privilegiato occupano nelle sue fonti sempre Dante e Flavio Biondo). Significativo che nell’Epistola IX Morgagni lamenti la perdita di tantissima documentazione forlivese in seguito ai numerosi incendi cui Forlì era andata soggetta nella sua lunga storia, mettendo in luce, anche se non con estrema chiarezza, la distinzione tra fonti primarie e secondarie, tra fonti archivistiche e bibliografiche. L’opera di schedatura del Morgagni deve essere stata amplissima ed accurata . Deliziosa è, pertanto, la notazione: «Ora come ora non ricordo di aver letto chi per primo edificò la torre del Palazzo» (Morgagni, 1931, p. 156) . Un’ammissione di mancanza di fonti, di  4 dimenticanza o un semplice momento di commozione nella descrizione della sua città natale? La scelta del Latino L’uso del latino in ambito scientifico -letterario nel XVIII secolo è ancora la norma. Il latino è, ovviamente, la lingua della Chiesa e anche la lingua dell’Università, ma è pure la lingua della trattatistica letteraria, delle Accademie e, perfino, della Letteratura e della poesia. È solo nel 1754 che Antonio Genovesi decide di impartire le sue lezioni in Italiano: una nuova cattedra per una nuova materia spiegata in una nuova lingua. Nelle scuole gli studenti continuano ad apprendere eloquenza e letteratura, filosofia e teologia in latino e si esercitano a scrivere e a comporre in questa lingua. Non c’è da stupirsi, per tanto, se la stragrande maggioranza della produzione scientifica e letteraria di Giovanni Battista Morgagni sia in latino. Sono gli illuministi francesi e, specificamene, gli Enciclopedisti ad abbandonare programmaticamente l’uso del latino nella letteratura scientifica (in favore del Francese, ovviamente) anche per rimarcare volutamente il cambio di paradigma scientifico e sottolineare l’attenzione ai nuovi ceti borghesi antiaccademici  , che aspirano ora a cimentarsi nell’agone scientifico e letterario  al pari degli aristocratici. È d’Alembert nei suoi  Mélanges de littérature et de philosophie  (1759-1767) ad aprire le ostilità, giudicando assurda la preponderanza del latino nella letteratura scientifica a cui non a caso risponde proprio in Romagna Girolamo Ferri con le sue Pro linguae Latinae usu epistulae adversus Alambertium, pubblicate a Faenza nel 1771, generalmente note, appunto, col titolo di Lettere Alambertiane  , ma è una battaglia di retroguardia. Da notare, però, che d’Alembert stesso aveva sostenuto il latino come lingua internazionale e convenzionale e poteva vantare lui stesso una solida formazione classica. Il latino sopravvivrà, comunque, ancora per molto, ma in ambito scientifico solo nelle scienze umane e, principalmente, nella filologia classica. Del resto in ambito toscano e soprattutto galileiano l’Italiano si era già imposto come lingua della comunicazione scientifica. Notevole a questo proposito è il particolare che Morgagni, pur richiamandosi alla tradizione galileiana, abbia scritto tutte le sue opere scientifiche (e soprattutto le maggiori: Epistolae Anatomicae, Adversaria anatomica, De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis ) in latino  , non essendo “di madre lingua toscana”, ma del resto il latino scientifico oltre ad offrire l’ovv io vantaggio di essere la lingua internazionale per eccellenza del tempo, offriva anche quello di non essere più soggetto (almeno dal XV secolo in poi) alla naturale evoluzione storica di tutte le lingue parlate. Tanto più che l’interesse per le lettere c lassiche e la filologia in Morgagni è evidente sia dalle  Aemilianae  stesse dove una parte preminente delle citazioni e delle testimonianze portate a sostegno delle argomentazioni provengono dai classici, dove sono riportate, descritte e commentate diverse epigrafi e dove ben due delle Epistolae ( la I e la X ) sono   espressamente dedicate alla questione del luogo di nascita di Cornelio Gallo, poeta latino contemporaneo di Augusto e di Virgilio (cui sembra dedicata —  almeno srcinariamente —   l’ Ecloga IV  )  
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