Faustino Ferrari. Liberare il silenzio

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Faustino Ferrari Liberare il silenzio Quando l Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz ora. Apocalisse 8,1 1 Il dono della parola Nel racconto della Genesi Dio crea tutte

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Faustino Ferrari Liberare il silenzio Quando l Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz ora. Apocalisse 8,1 1 Il dono della parola Nel racconto della Genesi Dio crea tutte le cose attraverso la parola. Il silenzio viene prima di tutto. Nel momento in cui nel silenzio cosmico risuona la parola di Dio, il mondo esiste. C è una contemporaneità, un immediatezza tra la parola pronunziata e l ordinamento del mondo. Anche gli esseri animati prendono vita grazie alla parola. Non così per l uomo. L adam viene prima modellato dalla polvere e dal fango e poi gli viene immesso il soffio divino vitale. L adam è l unica creatura che viene alla vita non in virtù della parola, ma grazie all azione, al fare di Dio. Dio crea l uomo operando nel silenzio. Nella creazione dell uomo Dio si rivela come un modellatore, un vasaio, un faber. E l uomo, costruito da Dio, è anche l unica creatura a cui viene concessa la parola. C è una sorta di relazione, di consequenzialità, tra l azione di Dio che crea l uomo nel silenzio e il linguaggio che gli viene donato, insieme allo spirito vitale. Questo dono distingue l adam dagli altri animali. Nessun animale, infatti, pur creato attraverso il realizzarsi della parola divina, conosce la possibilità di usare il linguaggio, mentre l adam rinnova l azione creatrice divina attraverso la parola assegnando il nome alle cose e agli esseri animati. Attraverso il linguaggio, l uomo 6 conosce la possibilità di entrare in relazione con Dio e con il mondo. Gli animali e la creazione stessa parlano un linguaggio che non s intende. Di fronte al loro «silenzio» l adam si sente solo. Non trova nulla di simile che gli possa essere di aiuto 1. Soltanto di fronte all isha (donna) egli inizia a parlare. Sono le prime parole umane che risuonano nel racconto biblico. In questo racconto della creazione non possiamo ritenere che la donna sia semplicemente un elemento tratto dall adam, non rappresenta soltanto una sorta di specchio per l ish (maschio) che finalmente trova qualcosa di simile a sé, ma è colei che permette al linguaggio umano di sgorgare. Rappresenta il vertice della creazione, in quanto elemento più vicino a Dio, ultimo atto scaturito dalla primordiale attività divina con lei la creazione viene a trovarsi completata. L adam primordiale non soltanto sente la fatica e la pesantezza di una solitudine che gli è nemica, ma resta incapace di parlare. Il suo silenzio non è fecondo, mentre egli resta muto e inabile. Egli permane ancorato al silenzio cosmico. Con la creazione dell isha si giunge al culmine e al completamento: l uomo e la donna l uno posto di fronte all altra possono far proprio il miglior dono divino, quello della parola. Il linguaggio dell uomo non fa esistere le cose del mondo questa è l azione originale, primigenia di Dio ma rinnova l azione di Dio nel mondo. Per mezzo del linguaggio l uomo entra in relazione con Dio. Mentre la creazione loda il suo creatore attraverso un 1 Cf Gen 2, 20. 7 linguaggio «di cui non si ode il suono» 2, l uomo eleva a Dio il suo rendimento di grazie in primo luogo attraverso il linguaggio: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno» 3. La parola stessa è rivelazione divina il Logos giovanneo. E all uomo, attraverso la parola, viene affidato un compito arduo: essere come Dio 4. Ma già nelle prime pagine del racconto biblico l uomo tende a sottrarsi, a rifuggire da questo compito della parola. Si nasconde, rifiuta di rispondere. Si confonde. Fa del linguaggio uno strumento per negare, per separare, per portare la morte trasforma la parola in blasfemia, in bestemmia, poiché una parola che suscita la morte è contrapposizione e negazione della parola divina che chiama all esistenza. La tentazione del serpente è un istigazione che si esprime attraverso la parola. Voi sarete dei 5. Nel racconto non siamo posti davanti alla visione della potenza o della ricchezza, ma alla seduzione della parola. Una parola che mostra quanto il frutto dell albero fosse «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza» 6. Il serpente si appropria non del silenzio della solitudine, ma della parola per sedurre l uomo proprio attraverso la sua migliore capacità, quella che lo distingue dal creato. E l inganno per 2 Sal 19, 4. 3 Lc 11, Mt 5, 48: «Siate perfetti com è perfetto il Padre vostro che è nei cieli». 5 Cf Gen 3, 5. 6 Gen 3, 6. 8 l uomo nasce dal fatto che il serpente usa il linguaggio usa lo strumento divino per persuaderlo nella trasgressione. L uomo si distingue dagli animali per mezzo del linguaggio. Attraverso la parola, egli conosce la «forma» della propria esistenza. La parola, in un certo senso, lo modella, lo rende umano. Lo conforma al prototipo divino, al Logos giovanneo. La parola risuona sempre nel silenzio. È indissolubile dal silenzio. La parola divina modella il silenzio umano e la parola umana risuona nel silenzio divino. E questo non per una sorta di incomunicabilità, di impossibilità all incontro, ma proprio perché la parola è imprescindibile rispetto al silenzio. Se l uomo conoscesse soltanto la parola gli sarebbe difficile conoscere Dio. Il linguaggio diventerebbe, forse, sufficiente per conoscere il mondo e per dare un nome al mondo. Ma nulla più. Non gli basterebbe per conoscere Dio rischierebbe il soliloquio o la confusione, anche quando il suo linguaggio risuonasse in maniera estremamente religiosa. Perché saremmo di fronte soltanto a un flatus vocis. Perché le parole dell uomo non producono simultaneamente l esistenza del pronunciato. E, quindi, il linguaggio umano non può «possedere» Dio non può dire Dio. Il linguaggio umano la parola umana è soltanto un riflesso, un eco della parola divina. Ma per essere eco della parola divina l uomo deve porsi nella condizione di poter udire questa parola. Proveremo, dunque, a esplorare alcuni aspetti relativi al tema del silenzio spazio privilegiato della manifestazione divina. 9 2 Essere altrove Salgo sulla carrozza della metropolitana. Provo a osservare le persone che sono sedute. Quasi tutte tengono la testa china sul proprio smartphone. Alcune, con le loro grosse cuffie, si sono trincerate lontano dai rumori esterni: stanno ascoltando musica e non solo. C è chi gioca e chi invia messaggi. C è chi sta chattando e chi scorre le pagine di facebook Non è questione di generazioni. Non sono soltanto i più giovani a essere occupati. Anche signore di una certa età stanno «smanettando» e si danno da fare con i loro prodigiosi apparecchi. Nessuno sta telefonando. Questo continuo isolarsi dal mondo circostante, che cosa vuol dire? Quanto sta trasformando le nostre esistenze? Dove ci sta portando? C è silenzio. Ma si tratta di un silenzio esteriore, d assenza di voci. Mi sembra che non ci sia molto spazio per un silenzio interiore. Ci sono le connessioni, i dati, tutto il mondo virtuale a riempire ogni istante Nessuno ha un libro in mano oggetto ormai obsoleto. Nessuno più legge durante il viaggio. Se qualcuno, alla nuova fermata della metro, sale, resta un invisibile sconosciuto. Non alziamo neppure la testa per vedere il volto del nuovo vicino che si è seduto proprio di fronte a 10 noi. I nostri sguardi restano ingoiati dai piccoli schermi dei cellulari. Fisicamente, si sta viaggiando nel sottosuolo della città, ma, praticamente, tutti si è altrove. Forse, in capo al mondo. Tutti connessi. Tutti collegati. Da dove nasce questo perenne essere altrove? Dal fatto che siamo circondati dal rumore, per cui non riusciamo più a sostare? Circondati dalla confusione, siamo schegge che rimbalzano in continuazione all interno di uno spazio sempre più virtuale? Mentre è unicamente il silenzio che ci permetterebbe di soggiornare in un luogo e in un tempo? All apparenza, sembra che finalmente abbiamo qualche cosa d interessante di cui occuparci. Ma resta in me una sorta di disagio. Avverto come tutta questa nostra occupazione possa nascondere un altro dato di fatto: si è piombati in una vita dai tratti decisamente noiosi e non riusciamo più a scrollarcela di dosso? Occupiamo il tempo ma senza gusto? Chi ascolta musica, in realtà, che cosa sta ascoltando? Si riempie, si fa compagnia con un continuo, perdurante rumore di fondo? Mi chiedo ancora: nessuno che abbia voglia di ascoltare i rumori della vita o il silenzio? Nessuno che sia capace di riempire il proprio tempo pur non facendo niente? Nessuno che, in questa nostra frenetica vita di rincorse e affanni, non sappia godersi qualche attimo di sano otium? C è qualcuno che riesce a restare con se stesso e a misurarsi anche con il silenzio interiore? A immergersi in esso e a gustarlo? Con in mano gli smartphone d ultima generazione, buona parte dei ragazzi e delle ragazze che conosco sono costantemente annoiati. In genere, non sanno cosa 11 fare durante il tempo libero. Appaiono confusi, nei loro mondi solitari. Si mostrano disincantati e sembrano avere difficoltà nel trovare qualcosa d interessante al punto tale da accantonare per un momento il loro gingillo elettronico. In fondo, anche quando stanno in gruppo, sono connessi con tutto il mondo, ma estranei a chi gli è accanto in quel momento. Giocano. Chattano. Che cosa stanno comunicando? Guardo i loro volti e mi chiedo, per l ennesima volta: ma sono felici? Che cosa è impresso nelle memorie di questi smartphone? Canzoni? Molte canzoni? Le fotografie che a volte si scattano e si scambiano? Giochi? E tanto altro che custodiscono con attenzione e dissimulazione dallo sguardo distratto degli adulti. Tutti connessi e tutti un po più soli. Poiché l esperienza di prossimità s erode di giorno in giorno. Ci sfugge troppo di ciò che ci accade intorno. Abbiamo ancora uno sguardo per vedere chi ci è prossimo? La metafora del navigare mi rimanda all immagine del naufragio. Sì, siamo un po tutti dei naufraghi solo che, pur circondati da alte onde virtuali, non ci rendiamo conto che a poco a poco stiamo annegando. Quanti messaggi s inviano! E quante risposte riceviamo! Eppure, c è qualcuno che, in giro per il mondo, sta raccogliendo anche uno solo dei nostri disperati messaggi? E le risposte che si ricevono, sono risposte? Quante di queste arrivano al nostro cuore e nutrono il nostro bisogno d amore e di relazione? Il nostro bisogno di riconoscimento e d appartenenza? Cosa può voler dire tutto ciò da un punto di vista spirituale e religioso questo persistente essere altrove? 12 Apparentemente, questa estraneità potrebbe essere interpretata come un fattore molto importante nello sviluppo di un cammino spirituale. In realtà, per avere la possibilità di cogliere il valore di questa estraneità, dobbiamo prima ritrovare noi stessi. Imparare a soggiornare in noi, nel nostro mondo interiore. Scendere nella parte più profonda della nostra intimità. Ma è possibile farlo senza sperimentare il silenzio, mentre siamo continuamente altrove? È possibile conoscerci a fondo, senza lasciare tempo al silenzio di far maturare il nostro mondo interiore? Il cristiano non è colui che pensa costantemente a un altrove (sia esso il paradiso o la vita eterna), ma colui che ha i piedi ben piantati in terra. Per lui, il non ancora è un già che si sta compiendo. L altrove è anche un qui e adesso 7. Qui e adesso gli è possibile incontrare Dio, nelle profondità del proprio cuore e nell incontro con l altro, venendo tuttavia sempre rimandato a un altrove. Ma il perenne essere altrove contemporaneo non risulta, alla fine, un giocare con quella Morte che già ci attende a Samarra? 8 Un fuggire da noi stessi che ci porta tuttavia incontro alla morte (mentre siamo con- 7 Cf A Diogneto, V-VI. 8 Narra una leggenda orientale che nel giardino del re apparve la Morte a un servo, dicendogli: «Domani ti vengo a prendere». Il servo chiese al re di avere il cavallo più veloce, per fuggire lontano dalla Morte. Arrivato a Samarra, trovò la Morte ad attenderlo. Il giorno dopo il re chiese alla Morte: «Perché hai minacciato il mio servo?». E la Morte rispose: «Io non ho minacciato il tuo servo. Ero stupita a vederlo ancora qui, mentre lo dovevo incontrare proprio questa mattina a Samarra». Nella canzone del cantautore Roberto Vecchioni la città del racconto diventa Samarcanda. 13 vinti di fuggirne lontano)? Una morte, naturalmente, metaforica. La morte della prossimità, l inaridimento delle relazioni, l incapacità a soggiornare con se stessi nel silenzio e nel proprio silenzio interiore, la perdita del gusto della vita, la rassegnazione a sopravvivere in uno stato d infelicità permanente 14
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