Angela Felice. Narcisi, Turchi, fanciulli, elfi, frus. Mitologie della gioventù nel Pasolini friulano

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Angela Felice Narcisi, Turchi, fanciulli, elfi, frus. Mitologie della gioventù nel Pasolini friulano Il 1944 è un discrimine temporale nella vicenda biografica e letteraria del giovane Pasolini, allora

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Angela Felice Narcisi, Turchi, fanciulli, elfi, frus. Mitologie della gioventù nel Pasolini friulano Il 1944 è un discrimine temporale nella vicenda biografica e letteraria del giovane Pasolini, allora ventiduenne e riparato dall anno precedente a Casarsa, paese materno e couche contadina, per fuggire ai pericoli di guerra che minacciavano Bologna e mettevano a rischio il risiedervi. Lo stesso Pasolini, dopo l 8 settembre 1943 e quanto ne seguì per l esercito italiano traditore dell alleato tedesco, aveva raggiunto il paese con una avventurosa fuga da Livorno, dove era impegnato nella leva militare, e si era ricongiunto con la madre, il fratello Guido e i parenti del clan Colussi. E proprio la data dell armistizio segnò l inizio di una cruenta tragedia collettiva che colpì particolarmente il Friuli, con esiti di sconquasso anche per la piccola Casarsa. Molti avvenimenti drammatici vanificarono dunque le prospettive di una parentesi di presunta sicurezza nell oasi della piccola comunità defilata, ritenuta protetta dalla sua marginalità di ininfluente rilievo militare. Il territorio friulano fu occupato dalle truppe naziste, unite ai repubblichini, nell ipotesi che esso, a guerra vinta e conclusa, diventasse propaggine del Terzo Reich come Litorale Adriatico, mentre, a contrastare con le armi quegli invasori, nacquero le formazioni partigiane, appoggiate per le loro azioni di guerriglia dall aviazione alleata. Fu su quel nuovo teatro di scontri e di scelte di campo che si collocò nel maggio 1944 la decisione del fratello Guido di aderire alla lotta della Resistenza e di staccarsi dal paese e dalla famiglia per un viaggio coraggioso dal quale non avrebbe fatto più ritorno. Il «martire ai vivi» 1, avrebbe chiosato poi Pasolini a pochi mesi dalla conoscenza 1 Lo scritto Il martire ai vivi, siglato da Guido Pasolini (Ermes), fu pubblicato su «Il 103 A. Felice del decesso del fratello, quando si spinse a immaginare nel 1945 una fittizia lettera d addio testamentario in cui il morto eroe, dal nome di battaglia Ermes, parlasse ai posteri dall aldilà e lasciasse loro in eredità gli ideali per i quali «coscientemente» si era sacrificato, battendosi per la «grandezza spirituale» dell Italia. Grondano retorica queste parole di finzione, stese da Pasolini quasi per darsi la ragione consolatoria di una morte aureolata dal patriottismo. Per il fratello sopravvissuto, quella morte fu invece uno strappo lancinante e, in tante altre intermittenti ricorrenze testuali 2, una fonte di rimpianto, e di rimorso, incline a sacralizzare la figura del morente sul paradigma della Passione di Cristo o a sublimarne il fantasma da «tetro precursore» 3 nel mistero doloroso del morto giovinetto. Motivo, quest ultimo, che fin dal componimento Il nini muàrt 4, prima poesia friulana di Pasolini risalente al 1941 e inclusa in Poesie a Casarsa, attraversa e ossessiona l interiorità del poeta. Una ferita, dunque, alla quale, nel cruciale 1944, si può aggiungere anche il distacco da Casarsa, quando, a seguito dell incrudelirsi della guerra, Pasolini lasciò la casa degli avi nell ottobre di quell anno e riparò con la madre nella stanzetta affittata in una casa del vicino borgo di Versuta: un minuscolo «villaggio di dieci case» 5, scrisse, in cui lui, cittadino, borghese e colto avrebbe maturato decisive correzioni di rotta culturale e letteraria nell incontro concreto con la realtà del mondo contadino. Sono fatti risaputi della biografia giovanile di Pasolini e poco Stroligut», agosto 1945, p. IV, e oggi è leggibile in P.P. Pasolini, Romanzi e racconti ( ), a cura di W. Siti, S. De Laude, vol. I, Mondadori, Milano 1998, pp Guido Pasolini fu ucciso nel febbraio 1945 a seguito dell eccidio di Porzûs, in cui un gruppo di partigiani garibaldini filo-titini massacrò una formazione partigiana della Brigata Osoppo, ostile alle pretese annessionistiche jugoslave. Nel mese di maggio Pier Paolo e sua madre vennero a conoscenza della morte di Guido, che oggi è sepolto nel cimitero di Casarsa in un sacello dedicato ai caduti della Resistenza. 2 Si vedano, ad esempio, le liriche Còrus in muart di Guido del 1945 e, nel 1946, A me fradi, La passione del 45, La passione del 45. Epigrafi, Anniversario, in P.P. Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W. Siti, 2 voll., Mondadori, Milano 1998, rispettivamente in vol. I a pp , pp , e in vol. II a pp , pp , p Di «tetro precursore» con riferimento a Guido parla Hervé Joubert-Laurencin, sulla scorta di Gilles Deleuze, nel saggio Perdere un fratello: il fantasma di Guido, in Fratello selvaggio: Pier Paolo Pasolini tra gioventù e nuova gioventù, a cura di G.M. Annovi, Transeuropa, Massa 2013, pp Il nini muàrt, in Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, cit., p L espressione è in Id., Atti impuri, in Romanzi e racconti ( ), cit., p Narcisi, Turchi, fanciulli, elfi, frus. Mitologie della gioventù nel Pasolini aggiungerebbero alla cronistoria esteriore della sua leggenda esistenziale, se, sia pure senza automatismi, non se ne cogliessero i riverberi nella sensibilità dell autore e nelle svolte che apportarono alla sua scrittura. Occorre per questo fare un passo indietro. Poeta di «posizione violentemente soggettiva» 6 fu definito Pasolini da Gianfranco Contini, quando nel 1943 ne recensì e consacrò l esordio di Poesie a Casarsa e per primo, con geniale intuizione critica, adottò per quell oscuro poetino di provincia categorie lessicali e interpretative destinate alla lunga durata nella bibliografia pasoliniana: vale a dire, da un lato, «scandalo», che i versi friulani del giovane autore avevano insinuato negli «annali della poesia dialettale» e, dall altro, «narcissismo», sentimento generatore di una peculiare parola dell io assoluto, conchiuso nell adorazione di sé e nel suo rimpianto. L incoraggiamento dell autorità di Contini, come suggerisce Franco Zabagli 7, può aver spinto Pasolini a dare continuità e spessore al motivo esplicito dell io-narciso, che infatti, dopo la prima apparizione nella lirica già citata Il nini muart, trova nuove articolazioni nel vero e proprio ciclo di Narciso che, con quattro liriche (tre variazioni di Dansa di Narcìs e Pastorela di Narcìs), confluisce nella sezione Suite furlana della raccolta La meglio gioventù. In realtà l universo narcisistico, in quanto mondo di un io che vede in sé l oggetto del desiderio e si esaurisce nell atto di guardarsi 8, percorre tutto il primo tempo della lirica pasoliniana, con la varia fenomenologia di un io giovinetto solitario e misterioso, compenetrato in una campagna sospesa di piante e acque e irretito nella contemplazione innamorata di sé e del proprio corpo, sull eco dell archetipo greco di Narciso che si specchia alla fonte, si invaghisce della propria immagine e muore nell impulso ad abbracciarla. 6 G. Contini, Al limite della poesia dialettale, «Corriere de Ticino», 24 aprile La recensione fu ripubblicata da Pasolini su «Il Stroligut» dell aprile 1946, ora in P.P. Pasolini, L Academiuta friulana e le sue riviste, a cura di N. Naldini, Neri Pozza, Vicenza 1994, p. 11 (copia anastatica). 7 F. Zabagli, Pasolini e la zoventùt : motivi e figure, in Fratello selvaggio: Pier Paolo Pasolini tra gioventù e nuova gioventù, cit., pp Sul narcisismo, particolarmente omosessuale, si legga Sigmund Freud: «[gli omosessuali] assumono se stessi come oggetto sessuale, vale a dire, partendo dal narcisismo, cercano uomini giovani e simili alla loro persona che li vogliono amare come li ha amati la loro madre», in S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Id., Opere, vol. IV, Bollati Boringhieri, Torino 1989, pp Il passo è citato anche in Zabagli, Pasolini e la zoventùt : motivi e figure, cit., p A. Felice Oppositivo e ossimorico, Narciso è in realtà mito di ambiguità, figura di purezza quanto di dissipazione onanistica, di vita assoluta quanto di atti impuri. E allora, nelle proiezioni liriche di sé in tanti specchi riflettenti, ecco da un lato alter ego giovinetti che sono identificati con i fiori, anche da portare in bocca 9, come nel caso del bellissimo Soreli 10, o che nascono «tal spieli da la roja», nello «specchio della roggia» 11, come avviene in O me donzel: fiori, specchi e acque che si fanno emblemi di integrità fisica autosufficiente e felice. Ma, su un secondo versante, ecco le figurazioni sdoppiate di un sé «lontàn frut peciadòur» 12, paralizzato dal sentirsi «mostru o pavea» 13, «mostro o farfalla», incapace di uscire da sé e dal suo bipolarismo e di «evolvere in vita vera» 14, mentre intorno anche Casarsa perde i suoi colori e si spegne in un «vagu disperàt», in un «vuoto disperato» 15. Con movimento tra posizioni diverse cui manca una possibile conciliazione, il giovane poeta risistema in questi modi una permanente auscultazione di sé, dando avvio a una versatile e prodigiosa scrittura alle cui radici permarrà anche in seguito lo sguardo soggettivo, come garanzia, referente e filtro consapevole per l operazione autoriale e per ogni sua manifestazione 16. Se è vero che nella peculiare attività letteraria di Pasolini è così in atto una evidente vocazione autobiografica, al punto che Rinaldo Rinaldi ha categorizzato quell opera come la costruzione di un «gigantesco autoritratto» 17, è anche vero che si tratta di una soggettività particolare, 9 Il motivo è di lunga durata in Pasolini, che, come è noto, dipinse nel 1947 anche il suo autoritratto, ritraendosi con un fiore rosso in bocca. 10 Si vedano i versi di Soreli, poesia scritta tra il 1943 e il 1945, ma non inclusa ne La meglio gioventù: «Ulì tal soreli pens / al pàusa un zòvin. // Pojàt a un morarùt / ju pai ciamps di versuta / tai so lavris al strens / na primuluta (Là, nel sole intenso, se ne sta un giovane. Appoggiato a un piccolo gelso, giù per campi di Versuta, egli stringe tra e labbra una primoletta)», in Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, cit., p La poesia O me donzel uscì nel 1942 in Poesie a Casarsa, ora ibid., p Ivi. 13 La lirica Mostru o pavea? uscì nella raccolta La meglio gioventù, ora ibid, pp Si veda il commento alla poesia Mostru o pavea? nell edizione de La meglio gioventù, a cura di A. Arveda, Salerno editrice, Roma 1998, p Cfr. la lirica Mostru o pavea?, cit, p Sulla presenza ossessiva dell io nell opera pasoliniana ha particolarmente insistito, con acrimonioso accento demolitorio, A. Asor Rosa, Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Savelli, Roma R. Rinaldi, Pier Paolo Pasolini, Mursia, Milano 1982, p Narcisi, Turchi, fanciulli, elfi, frus. Mitologie della gioventù nel Pasolini che si sforza costantemente di uscire dall urgenza dei motivi strettamente personali e di trasfigurarli in figure di evocazione più generale. Torna dunque utile la definizione di autobiografismo con cui, fin dal 1990, Stefano Casi ha codificato l espressione pasoliniana: in questa prospettiva, essa si configura come «costante ed affannosa operazione di gratificazione e arricchimento della propria esistenza col mondo letterario e artistico» 18 e, particolarmente in gioventù, come tensione a depurare l ostensione di sé dall inerzia della confessione diaristica e a oggettivarne le manifestazioni in rispecchiamenti chiarificatori. Il motivo della gioventù, insieme parola, valore e mito, si assesta così nel cuore di questo sforzo di decantazione. E il giovane Pasolini, se vi coagula gli impulsi e l eros della propria età anagrafica, nello stesso tempo procede già in Friuli ad assolutizzarne il significato in simbolo metatemporale e in paradigma interpretativo del reale, che infatti sarà destinato a resistere anche nel futuro dell opera dell autore. Qui, appunto, non è nemmeno il caso di ricordare quanto, già dalla fine degli anni Sessanta, Pasolini legga (e rigetti) i mutamenti della stessa società italiana proprio alla luce del metro di giudizio delle giovani generazioni e del loro stravolgimento. I «zuvinìns» angelicati della campagna friulana appaiono così un apriori della sensibilità pasoliniana: sono i referenti sottintesi e i metri di paragone che spiegano il rifiuto implacabile e disamorato dei «giovani infelici» 19 degli anni Settanta, i quali, secondo Pasolini, hanno rovesciato la meglio gioventù di un mitizzato passato, personale e collettivo, in una terrificante massa di morti viventi da abiurare. Né avviene per caso che il Pasolini estremo del 1975, che ormai si autodescrive «un misero e impotente Socrate» 20, maestro destituito di ruolo in un mondo irreale che da tempo non sente più il bisogno della poesia 21, chiuda con la parola «zoventùt» l ultimo componimento in friulano dell ultima raccolta La nuova gioventù. È un Saluto e 18 S. Casi, Pasolini. La coerenza di una cultura, in Desiderio di Pasolini, a cura di Id., Sonda, Torino 1990, p L articolo I giovani infelici apre il libro Lettere luterane, uscito da Einaudi nel In quel testo il polemista motiva la sua condanna come conseguenza di una «cessazione di amore». Cfr. P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano 1999, p Così nella poesia Versi sottili come righe di pioggia, nella raccolta La nuova gioventù (1975), ora in Id., Tutte le poesie, vol. II, cit., p Al riguardo si veda la poesia La mancanza della richiesta di poesia, nella raccolta Poesia in forma di rosa (1964), ora in Id., Tutte le poesie, vol. I, cit. p A. Felice augurio 22, come suona il titolo, dal sapore di congedo definitivo e, in quanto inevitabilmente testamentario, intriso di verità. Vi è in quel testo straziato quasi la chiusura del cerchio, come se il poeta, fuggendo anacronisticamente dalla sua condizione reale di «veciu», di vecchio, e ricollegandosi al sé giovanile e alla perduta lingua materna, volesse liberarsi dal fardello pesante del suo stesso sapere, staccarsi da un presente mostruoso di cui non gli resta che prendere atto e ritornare «lizèir», come agli inizi della sua avventura mitopoetica. La leggerezza, rilanciata alla fine quasi fosse il programma utopico di una vita che vuole riavvolgersi all indietro, non è attributo convenzionale e logoro: è invece la marca pregnante della condizione ideale dell esistere sospeso, di cui, in Pasolini, la gioventù è emblema e mito. È la leggerezza appunto dei giovani che vivono sulla soglia delle cose, in una condizione volatile di libertà tra la mancanza di autonomia e la tensione a conquistarla, tra infanzia e maturità, tra norma e trasgressione o, secondo il narcisismo sdoppiato di Pasolini, tra innocenza e impurità. Questa condizione evidentemente liminale è un lusso e un invenzione dell epoca moderna e occidentale, che l ha isolata e valorizzata a partire dall Ottocento e poi, con enfasi, nel Novecento, il «secolo lungo» 23 dei giovani, come è stato definito. Ma il tema trova terreno particolarmente fertile nell io pasoliniano, eterno adolescente tormentato dalle scissioni, che esalta la gioventù a età dell oro della diversità irriducibile rispetto ai padri, ma nel contempo è consapevole della transitorietà di quel momento della vita e ne verifica, e ne patisce, l inevitabile sfiorire. La crisi della gioventù è nella sua crescita per il Pasolini friulano, che, dopo la luce piena dei vent anni, esaltati sulla traccia di Machado 24, fissò a venticinque anni il suo «addio alla giovinezza» 25, in questo caso con ricorso a Gozzano. Il riferimento va qui a un passo delle pagine diaristiche di Atti impuri, che peraltro sono tutte marcate da una selva minuziosa di dati temporali giorni, mesi, anni chiamati a puntellare la cronaca personale di un esistere vissuto con la consapevolezza 22 Saluto e augurio chiude la silloge de La nuova gioventù (1975), in Id., Tutte le poesie, vol. II, pp La definizione è in P. Dogliani, Storia dei giovani, Bruno Mondadori, Milano Pasolini premise a epigrafe della sezione Suite furlana de La meglio gioventù i versi di Antonio Machado «Mi juventud, veinte años / en tierra de Castilla». 25 Pasolini, Atti impuri, in Id., Romanzi e racconti, vol. I, cit., p Pasolini rinvia in modo esplicito a Gozzano, che nel primo dei suoi Colloqui fa riferimento alla vecchiaia dei venticinque anni. 108 Narcisi, Turchi, fanciulli, elfi, frus. Mitologie della gioventù nel Pasolini del suo fluire. In Pasolini, del resto, l ossessione a fissare paletti temporali fuoriesce dal codice della scrittura confessionale privata, che per statuto di genere contempla l uso della datazione, e infatti trova le sue ricorrenze significative anche nella decantazione della lirica friulana. Lì il poeta Narciso e i suoi doppi sono spesso siglati da fermo-immagini che ne dichiarano l età con precisione: «tredis àins», per esempio, ha il piccolo oste de L ort da l ostaria; «cutuàrdis àins» compare per il Narciso della Pastorela; «disivòt àins» è il tempo in cui si va soldati, come per il giovane di Rissòt di amòur; e, ancora, «vinc àins» è il fiore della giovinezza nei testi La Domènia uliva, Biel coma un ciaval (nella variante di Marzinis «vinti ani») o Chan Plor 26. Ma poi è soprattutto il vocabolario della lingua friulana a garantire la possibilità di definire con dettagli sintomatici la tettonica a strati della condizione giovanile, dal suo primo sbocciare al suo trascolorare e disperdersi nell età adulta. E Pasolini attinge infatti dal ricco serbatoio del lessico locale tutta una gamma di sfumature presenti nella parlata casarsese e nelle sue varianti, non senza l apporto di un personale idioletto. Sulla straordinaria fioritura di parole e suoni adottati per le apparizioni della «zoventùt» nei versi friulani di Pasolini la critica ha già posto l accento 27, ma giova sottolineare ancora che quelle voci non sono equivalenti, su un piano orizzontale, ma si dispongono in verticale, secondo i livelli distinti di un ideale gerarchia anagrafica. L asse principale è data dall opposizione tra «frut» e «zòvin» o tra «frut» e «fantàt», lemmi che marcano i confini opposti di un età che inizia con la grazia della fanciullezza e si esaurisce nella tappa che prelude alla fuoriuscita dall Eden e alla condizione di «òmis»: uomini, il cui richiamo lessicale compare non a caso solo nella seconda sezione della Meglio gioventù, dove, finito l incanto, entrano in campo la storia, la guerra, le fatiche del vivere. «Frut» e «zòvin» o «fantàt» sono le voci più usate, entrambe intrise 26 Nell edizione mondadoriana Tutte le poesie, già citata, i componimenti compaiono rispettivamente alle pagine 224, 70, 143, 35, 116, Si veda ancora Asor Rosa, Scrittori e popolo, cit., p. 365: «A legger Pasolini, si direbbe che nessuna lingua più del friulano sia ricca di vocaboli indicanti i bambini e i giovinetti, ciascuno dei quali porta in queste poesie già di per sé così gentili e preziose un sapore ancora più accentuato di grazia e affettuosità». 109 A. Felice spesso di tenerezza per l uso di tanti diminutivi affettivo-amorosi, che sfumano quelle parole in «frutìn» e «frutùt», da un lato, e in «zuvinìn» e «zovinùt» dall altro, così come anche «fantàt» si sfrangia in «fantassìn» e «fantassùt». Ma poi, nella terra di mezzo tra questi due estremi, è tutto un fiorire di voci, di volta in volta ancorate all uno o all altro polo, voci che l italiano della traduzione in calce non riesce a restituire se non con il ricorso al blando equivalente vocabolaristico delle parole «bambino, fanciullo, ragazzo, giovane», talora ingentilite dal diminutivo. Sul tema dell infanzia, risuonano così le variazioni di «nini, ninìn, rissòt, pithu», fino alla rara occorrenza di «bambín», un unicum 28. Poi, per l età intermedia dell adolescenza appena di poco spostata in avanti, compaiono i lemmi rari di «donzel» o «fiol», fino a quelli rarissimi di «soranel» e «bocia», questi ultimi alonati da un impercettibile eco sociologica. Il primo, secondo la definizione zootecnica del vocabolario friulano del Pirona tenuto sott occhio da Pasolini 29, significa in senso proprio «soranno, vitello sopra l anno» e perciò rimanda a una qualche sfumatura di ambiente contadino. Il secondo, usato nel componimento Spiritual, si situa al croce
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