Abitare il conflitto. (tentativo di sintesi teologica Walter Magnoni)

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Abitare il conflitto (tentativo di sintesi teologica Walter Magnoni) Scriveva il teologo morale Klaus Demmer: «Ricomporre i conflitti è il pane quotidiano dell agire umano; impegno che, sul piano del non

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Abitare il conflitto (tentativo di sintesi teologica Walter Magnoni) Scriveva il teologo morale Klaus Demmer: «Ricomporre i conflitti è il pane quotidiano dell agire umano; impegno che, sul piano del non appariscente ethos quotidiano, non risparmia nessuno» 1. Nulla di diverso da quanto troviamo nell Evangelii gaudium: «Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev essere accettato» 2. La premessa è allora quella del riconoscere il conflitto come parte costitutiva della persona e della società. Si pensi semplicemente ai primi capitoli di Genesi, che sono considerati una eziologia metastorica, per scorgere come vi sia un conflitto che si gioca a tutti i livelli: tra uomo e donna, tra fratelli, tra comunità. La Bibbia ci narra tante storie di conflitti: guerre tra popoli, lotte tra persone della stessa famiglia, battaglie dietro cui si coglie la smania di potere. Gesù vive ogni giorno conflitti: coi genitori che non lo capiscono, coi discepoli che cercano un messia vittorioso e non accettano le sue anticipazioni di morte, coi farisei, gli scribi, i sacerdoti. Lui stesso appena nato è considerato segno di contraddizione. La sua presenza porta a divisioni nelle famiglie. Cosa ci consegna la Bibbia in merito al conflitto? Vi è una storia di salvezza, dove il conflitto è risolto con il dono di una terra e di una fecondità grande. Il credente trova pace in JHWH e nel vivere nel timore di Dio è il principio della sapienza. Un percorso non facile, fatto di lotte, ma dove lo stare con Dio porta alla pace dell anima. Una cosa sola vale la pena di cercare: abitare nella casa del Signore. Gesù assume su di sé il conflitto maggiore e con il suo sangue dona la pace vera. Addirittura quel luogo con cui da sempre si è in conflitto, quale è il morire, viene vinto per sempre. Ma se questa è la Bibbia e peraltro solo una parte, perché si potrebbe dire molto di più, resta per noi la domanda: come abitare i conflitti? 1. Il conflitto interiore Come dice bene Papa Francesco: «con cuori spezzati in mille frammenti sarà difficile costruire un autentica pace sociale» 3. C è un detto di Antonio il grande, considerato l iniziatore del monachesimo dove si trovano queste parole: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell udire, quella del parlare e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore» 4. 1 K. DEMMER, Fondamenti di etica teologica, Cittadella, Assisi 2004, EG EG Dobbiamo prendere consapevolezza dei conflitti interiori che ci abitano e che è bene che sappiamo riconoscere. Capire cosa accade nel nostro cuore e vedere le parti che tendono a non conciliarsi. Il problema, nel cosiddetto tempo della post verità, è l incapacità di distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è e questo pone una questione morale seria che potremmo definire del discernere il bene e il male. Da sempre l uomo vive la fatica del riconoscere il male in quanto nel suo sorgere si insinua come seducente e invitante. Legata alla post verità p. Occhetta ci parla della post coscienza in quanto abbiamo perso l interiorità. Come recuperare un interiorità che colga il conflitto nel suo sorgere e si spinga da subito per combattere la tentazione del male? Genesi 3 resta un testo da continuare a meditare perché ci mostra con forza la dinamica che conduce al male. Chi può aiutare a fare da mediatore (per usare lo schema immaginato da p. Occhetta parlando di giustizia riparativa)? Lo spirito è una delle voci dell interiorità che è asimmetrica rispetto al male perché ha la forza della grazia. Invece potremmo vedere un ruolo chiave nella cosiddetta figura dell accompagnatore. È difficile uscire dal conflitto interiore da soli, perché si tenderà sempre ad autogiustificarsi. Serve qualcuno che come accaduto con l episodio della Bibbia, vada dal potente che agisce male e gli dica tu sei quell uomo (si veda l episodio di Natan con Davide, 2 Sam 12). Chi può dire qualcosa a qualcuno? Solo in un rapporto di stima e amicizia è possibile aiutare a sciogliere i conflitti e mostrare come uscirne superando il male e cercando il bene. Pensiamo a San Paolo e alla sua storia, vediamo quanto alcune figure siano state fondamentali. Anania e Barnaba in primis. Accompagnano, guidano e sanno poi lasciare che Paolo segua la sua vocazione. Sono figure delicate capaci di fare crescere e mettersi da parte. Solo nell accompagnamento si può accedere alla verità della vita. È necessario ascoltare la storia dell altro, vedere i fatti e aiutare a fare insieme passi verso il bene, senza essere complici del male. Qui la cosa difficile è il trovare le parole: cosa dire e cosa tacere? Verità è togliere il velo, ma noi siamo cercatori e con umiltà possiamo provare a dire qualcosa, quasi balbettandolo nel rispetto della libertà altrui, ma con la responsabilità di chi vuole cercare il bene morale. Mi hanno colpito le parole che oggi ci ha detto Giovanni Grandi: «e persone tendono a considerare alcune scelte negative dei passaggi obbligati : «non potevo fare altrimenti, dicono spesso. Quando, davanti all evidenza di un male che si manifesta come separazione, diciamo non potevo fare altrimenti intendiamo due cose fondamentalmente: la prima è che se qualcuno aveva uno spazio di manovra, quella era la nostra controparte, non noi. La seconda è che, se vogliamo uscirne, sarà ancora la controparte a dover fare il primo passo e magari anche gran parte della strada». Insomma noi non c entriamo con le nostre scelte! 4 ANTONIO IL GRANDE, Vita e detti dei padri del deserto (a cura di L. MORTARI), Città Nuova, Roma 1999, 84. 2 Come ribaltare le cose? «A livello interiore quel che occorre riscoprire è che molti dei passaggi obbligati erano in realtà dei passaggi opzionali : è attraverso piccole decisioni che abbiamo assecondato una certa evoluzione del conflitto, non abbiamo semplicemente seguito passivamente un inevitabile corso degli eventi. Bisogna fare però attenzione qui: il senso di questa riscoperta non consiste anzitutto nell attribuzione di responsabilità, ma nel riappropriarsi della propria facoltà di scelta e del potere di sottrarsi a quel crescendo che poi fa parlare di sviluppi inevitabili. 2. Il conflitto sociale e politico Un conflitto tra parti sociali è sempre un problema del reciproco riconoscimento tra le parti. Quello che si è visto nella giustizia riparativa, vale in tutte le relazioni sociali dove in ogni caso il riconoscimento è debole. A livello sociale scorgo una intrinseca relazione tra conflitto e identità. Spesso la radice dei conflitti è la minaccia all immagine di noi che ci siamo fatti. C è un io ideale che si costruisce e che cerca conferme (like) e non accetta facilmente che le cose siano diverse da quelle che si è immaginato. L identità minacciata genera paura e la reazione può essere di diverso tipo: rabbia, ira, fuga, sconforto, rassegnazione, violenza Levinas parla del volto dell altro come minaccia. L altro minaccia i miei spazi, in maniera radicale e ultima mette a rischio la mia vita. Inoltre, vi è il problema del conflitto tra il mio interesse e quello dell altro. Se il bene che cerco è sempre e anzitutto il bene per me, allora l altro se non mi serve diventa un peso. La soluzione che propone l etica è quella del «compromesso responsabilmente sostenuto», che «richiede a tutti i partecipanti la disponibilità a relativizzare il proprio punto di vista investendosi di quello dell avversario politico» 5. La nostra idea dell antropologia relazionale mostra come l altro è costitutivo di noi stessi. Ma nella realtà esistono volti e gruppi che ci irritano perché sono portatori di visioni del mondo che sono totalmente estranee alla nostra idea di uomo. Come fare per imparare l arte dell ascolto e cogliere l osservazione che trovo sempre in Demmer: «Va evitata dice il teologo tedesco un affrettata drammatizzazione delle situazioni, la società pluralista offre anche vantaggi innegabili; essa dà la possibilità d imparare, nuovi punti di vista arricchiscono il confronto spirituale e preservano le identità forti dalla sclerosi» 6. La maggior relazione possibile (parole di don Chicco Re) sono un modo per rilanciare il compromesso etico. 5 K. DEMMER, Fondamenti di etica teologica, Ivi, Bisogna sempre riconoscere come in ogni caso tutte le relazioni sono sottoposte ai limiti spazio temporali. A volte Qui vorrei fare due digressioni mettendo in luce il vero conflitto del nostro tempo e che per noi è la vera sfida della PSL: la mancanza di lavoro e la precarietà dentro cui siamo dentro. Come abitare il conflitto di un numero così alto di persone che non lavorano? Che vita c è senza lavoro? 1. Lavoro di prossimità: non lasciare sole le persone. Incontrarle e stabilire legami. 2. Lavoro e leggi: sfruttare al meglio l idea di fondo del Jobs act. Sostenere la ricerca attiva e scoraggiare l assistenzialismo. 3. Lavoro e imprenditorialità: la sfida dell economia civile, del fare impresa guardando come nella storia i cristiani vivendo da cristiani hanno fatto crescere la società. Benedettini, francescani. (fatta nella logica del non avere smanie di successo, ma di cercare e ricordarci ciò che è essenziale per vivere in modo dignitoso). 4. Lavoro e senso della vita: la dignità sta nell avere il necessario per vivere e condividere il superfluo, la DSC chiede gratuità e condivisione. Invece la seconda digressione (esemplificazione) tocca la politica: è sempre stata così conflittuale? Credo di sì, malgrado oggi si dica che è più elevata del passato, questo non è vero se abbiamo il coraggio di studiare la storia. Ma la novità è quella che i social hanno cambiato i luoghi dove si vive la politica. La politica è una passione e ha a che fare col potere. Il potere è luogo per eccellenza di tentazione e di lotte. Risolvere i conflitti politici non è quello che vogliamo. C è una dialettica che la democrazia ha intrinseca in sé e che è bene che venga alimentata. Forse qui la sfida è quella di formare persone che imparino la difficile arte del dialogo fatto di ascolto e risposte dove si argomenta e sappiano sostenere la tensione che nasce dalle notizie false e dalle eccessive semplificazioni dei processi. I social favoriscono gli slogan a effetto, la politica ha bisogno di governare processi complessi e chiede persone dalle tre C: competenza, coerenza, coraggio. Come formare uomini e donne così? Come sostenerli? 3. Il conflitto e la giustizia. Tra la ricerca delle leggi giuste e il convivere con leggi eticamente impraticabili Il piano delle istituzioni è il luogo dove cercare attraverso leggi e norme di risolvere alcuni conflitti che nascono da ingiustizie. Le leggi vanno sempre poste dentro al mutare delle condizioni storiche e chiedono di essere ripensate per custodire i valori soggiacenti. A volte, ci si può trovare (e nella storia è capitato diverse volte) di fronte a situazioni dove la coscienza non trova spazio per nessun compromesso, in quanto sarebbe un atto malvagio. Si pensi alla rinuncia di difendere con le armi la propria patria. Solo per citare un nome si pensi a don 4 Lorenzo Milani e all obiezione di coscienza. Vale in tanti campi dell etica ed è la scelta dell accettare ogni conseguenza pur di non cedere a regole ingiuste. Qui si può cogliere il nesso tra obiezione di coscienza e testimonianza. 4. Il conflitto anima/corpo Corpo spirito è un dualismo che troviamo in Platone e che è presente in tutta la storia dell umanità. Risolvere il conflitto senza derive che scelgano di valorizzare una parte rispetto all altra e recuperare una visone olistica dove tutto è prezioso perché donato da Dio. Qui il rischio dello gnosticismo è sempre all erta. Esistono risoluzioni del conflitto che si rifugiano in uno spiritualismo disincarnato, dove si fugge da una realtà troppo pesante. Al contrario si può scadere in un attivismo tutto improntato su un fare che non è sostenuto da una visione e che non pensa a fondo alle conseguenze di un agire spesso mosso dall istinto. Riconciliarci con la nostra corporeità e scorgere il bisogno d interiorità e vedere i nessi, le continuità. Così come l amore di Dio e del prossimo sono come due porte che se apri l una si apre anche l altra e viceversa, così vi è una visione armonica da recuperare. Come può la PSL nel suo agire può tenere una corretta tensione tra il pensiero e l azione? Favorendo processi pensati e accettando di stare nei conflitti. 5. Il conflitto dei conflitti: la morte e il morire Heidegger parla dell uomo come essere per la morte. Noi siamo in conflitto perché sappiamo che questa vita ha una fine. Ricordati che devi morire, dicevano i predicatori in un tempo neppure tanto lontano. Vita/morte è il conflitto dei conflitti. Qui si trova la tensione con la gestione del tempo. Non ho tempo, diciamo spesso e poi lo perdiamo in mille modi. Come possiamo riconciliarci con la morte? solo chi ha una ragione per morire ha una ragione per vivere. È lo scorgere che la vita non ha solo una fine, ma ha anzitutto un fine. Cosa at-tendo? Che direzione do ai miei giorni? Il pensiero della morte è fecondo, perché ci fa prendere coscienza della nostra fragilità e finitudine. Ci apre alla grazia e ci libera dalla tentazione del pelagianesimo che trova la sua versione moderna nella volontà di potenza di Nietzsche. Il pensiero della morte apre all escatologia e mostra quella che, ad esempio Bonhoeffer e in ogni caso, la tradizione protestante chiama differenza tra cose ultime e cose penultime. La Pastorale sociale abita i conflitti delle cose penultime dove vi è la sfida del costruire la città dell uomo, ma con sguardo alle cose ultime. Il credente guarda a Gesù Cristo e scopre la risoluzione del conflitto mortale e trova l origine della speranza nel credere nella risurrezione anche della carne. 5
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