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Rassegna bibliografica 89 Inoltre, il libro risulta per il lettore molto dispersivo sul filo dell’aneddotica, in virtù di un gusto del particolare erudito che è insieme forza e limite dell’opera, e diviene difficile cogliere un principio unitario che non sia il tema che schematizzando potremmo definire della « censura » o dell’« autocensura » dell’intellettuale, di un contrasto insa­ nabile fra libertà della cultura e intervento nella politica, fra verità culturale e ragion di partito: tema forse troppo facile e scontato, e che probabilmente risulta angusto come asse portante della ricostruzione di un intero periodo di storia culturale. Come scrive Ajello, protagonisti del suo libro non sono « quei vasti ceti di white collars che sarebbero emersi nella compagine nazionale con l’accentuato sviluppo tecnologico, l’avvento della società di massa e l’incremento della scolarità, ma una vasta e tuttavia ben individuata cour des savants di cui il partito di Togliatti amava circondarsi: autori di romanzi, di quadri, di film, di opere teatrali, di musiche, critici d’arte e di letteratura, filosofi, storici e poi, in misura minore e in ordine decrescente, sociologi, antropologi, linguisti, cultori di <scienze esatte >» (p. VI). In effetti l’azione più vistosa e ricca di risultati immediati condotta dal Pei fu rivolta in questa direzione; ma non andrebbe dimenticato che lo sforzo più importante nei tempi lunghi fu condotto su un altro terreno. Non si trova cenno nel libro, ad esempio, alla battaglia condotta dai comunisti sul terreno dell’istruzione, neanche quando si parla di Alicata che al tema dedicò particolare passione e impegno. Fra parentesi, ad Alicata Ajello dedica un ritratto fra i più rigidi del libro, mentre in genere questi piccoli « medaglioni » sono fra le cose migliori del­ l’opera quanto a equilibrio e capacità di sintesi (con una piccola svista a proposito di Sereni, da segnalare in un libro in genere correttamente informato: Sereni non si limitò a « pensare » a un possibile saggio sul cavallo, ma scrisse realmente e pubblicò su « Studi storici » un saggio sulla nomenclatura del cavallo). Ma, dicevamo, non si dà sufficiente spazio alla lotta di lungo periodo nel campo di una nascente cultura di massa, esistente anche se non pienamente dispiegata: l’egemonia in questo campo era democristiana, e clericale, ed è un dato che quasi sempre sfugge a una cultura « laica » che sottovaluta o ignora le dimensioni del fenomeno; la cultura cattolica è un interlocutore tradizionalmente assente nelle ricostruzioni storiche, e c’è da chiedersi quanto questo possa pregiudicare la delineazione dei tratti caratteristici del periodo. Gianpasquale Santomassimo Stampa barbagallo , Il Mattino degli Scarfoglio (1892-1928), Milano, Guanda, 1979, pp. 222, lire 8.500. Francesco « Una storia di Napoli come storia del potere a Napoli tra la fine del secolo e la definizione del regime fascista passa per le stanze del « Mattino » ancor più che per le aule delle locali assemblee elettive. Nel­ l’assenza di moderne organizzazioni poli­ tiche, nel difficoltoso emergere dei nuovi partiti di massa, un giornale poteva essere molto più che un partito, poteva rappre­ sentare — come il « Mattino » rappresen­ tò — il luogo di mediazione di complessi e mutevoli blocchi di potere, formati dall’in­ treccio d’interessi economico-finanziari e di rappresentanze politiche e sociali » (p. 9). Rigorosamente aderente a questa ipotesi complessiva, la narrazione di Barbagallo analizza le successive fasi e articolazioni attraverso le quali il quotidiano fondato da Edoardo Scarfoglio riesce a farsi centro aggregatore della realtà locale, ad essere « una sorta d’intellettuale collettivo del­ l’aristocrazia e della borghesia di Napoli e del Mezzogiorno con ampi margini d’in­ fluenza su vasti strati delle classi subal­ terne » (p. 10). La linea di fondo sulla quale si iscrive questa ambizione resta an­ corata alla difesa intransigente dell’ordine costituito, destinata a sua volta a sfociare — con sempre più scoperta evidenza verso la fine del periodo giolittiano -— nella celebrazione « della violenza borghese in funzione antioperaia e della ribellione su­ dista contro il malvolere del Nord o del governo, unici esterni responsabili delle piccole e grandi disgrazie di un meridione visto uguale e unito nella sventura, ma tenuto saldamente diviso — per classi so­ ciali e confini territoriali ã— nel fluire 90 Rassegna bibliografica delle sue quotidiane vicende » (p. 129). Si tratta tuttavia di un approdo alimentato da continue variazioni tattiche e complesse dosature di fattori. L’insistenza con la quale Barbagallo rinvia alla « disgregazione me­ ridionale » e al « disfacimento napoletano » denuncia infatti l’impossibilità, per il gior­ nale, di mantenere referenti sociali e po­ litici uniformi. Partito in appoggio a Giolitti (e particolarmente significativa è, in questa fase, la collaborazione di Nitti) il « Mattino » rifluisce ben presto nel « più congeniale terreno crispino sul quale si man­ terrà sino alla morte dello statista siciliano coltivando soprattutto il vincolo che scatu­ risce dalla comune prospettiva africana (pp. 37-38). Ma all’inizio del secolo i le­ gami con la grande proprietà terriera si allentano e il giornale tende piuttosto ad assumere la rappresentanza dei « gruppi finanziari napoletani che vanno riorganiz­ zandosi e ristrutturandosi in connessione con la legge speciale per l’incremento in­ dustriale » e di fronte alla quale il « Mat­ tino », in polemica con le tesi nittiane, punta piuttosto sull’agricoltura specializzata e sullo sviluppo dell’industria alimentare (pp. 92-93). Collocandosi su tale sfondo il riaccostamento a Giolitti assume pertanto, ancora una volta, un connotato essenzial­ mente tattico, destinato a sgretolarsi non appena la reazione borghese — che il quo­ tidiano napoletano per tanti versi antici­ pa — volge decisamente le spalle alla pra­ tica della « mediazione interclassista » per abbracciare quella dell’azione diretta. I fer­ menti nazionalistici e imperialistici si sal­ dano allora alla rivendicazione integrale del privatismo economico e Salandra assur­ ge a campione dell’ultima stagione del « Mattino » liberale. In essa sono anche prefigurati natura e limiti del conflitto con il nuovo potere fascista, conflitto che non pone certo in discussione la legittimità e necessità del nuovo regime, ma risponde all’esigenza di tutelare, insieme con « l’auto­ nomia delle tradizionali forme di organiz­ zazione politica del conservatorismo meri­ dionale » (p. 178), le ragioni stesse di vita del giornale. L’impossibilità di mantenere « rincontro tra fascismo e mezzogiorno... nei termini degli accordi tradizionali tra il governo centrale e il sistema di potere meridionale » (p. 186) segna così la fine del « Mattino » degli Scarfoglio. Sull’asse centrale del discorso, che abbia­ mo sin qui riepilogato, vengono via via innestandosi le peculiarità più propriamente giornalistiche del « Mattino », dal suo svi­ luppo editoriale (dalle 13.000 copie iniziali alle quasi 70.000 del 1905), all’avventuri­ smo ideologico di Edoardo Scarfoglio (tanto prodigo nell’alimentare l’immagine di sé come personaggio dannunziano quanto attento alla gestione, inestricabilmente in­ trecciata, degli affari propri e di quelli del giornale), alle cronache mondane di Matilde Serao (ferree custodi della superiore vocazione etica nelle classi alte). Ne esce un quadro complessivo che dà ragione del ruolo non episodico, ma strutturale svolto dal quotidiano napoletano rispetto ai modi di organizzazione dei ceti politici dominanti in età liberale. L’ampiezza e il rilievo del retroterra meridionale al quale il « Mat­ tino » attinge, spingono quest’ultimo ben al di là dei confini dei fogli legati alla fluida realtà delle clientele politiche, lo trasformano in sede permanente di media­ zione e dunque di espressione delle con­ tese in atto tra i gruppi di potere. L’incontro-scontro tra il fascismo trionfante appare perciò doppiamente esemplare del rifiuto almeno iniziale che la conservazione meridionale compie di difendere la propria integrità oligarchica non solo dalle orga­ nizzazioni operaie e contadine, ma anche — come osserva Barbagallo — dalla « sca­ lata al potere dei minuti borghesi venuti da diverse sponde al fascismo col sano intento di accoppiare all’attività politica l’avanza­ mento economico e sociale (p. 198). Certo, la vicenda del « Mattino » converge qui su temi generali che soli possono illuminarne i significati non contingenti. Allo stesso modo nel quale una analisi dall’interno delle pagine del « Mattino » — di necessità qui solo accennata — darebbe nuovo spes­ sore all’indagine sugli strumenti culturali attraverso i quali la possidenza meridionale vive la propria esperienza di profittatrice estraniata dello stato unitario. Merito in­ dubbio del volume di Barbagallo è quello di aver fissato le coordinate di base di tale problematica, aprendo la strada ad ulteriori prospettive di ricerca. Massimo Legnani Giu s e p p e talamo , Il Messaggero e la sua città, voi. I, 1878-1918, Firenze, Le Monnier, 1979, pp. X-326, lire 10.000. Studioso dell’Italia risorgimentale e unita­ ria, Talamo costruisce questa prima parte della storia del « Messaggero » sul propo­ Rassegna bibliografica sito di verificare in qual misura il quoti­ diano romano abbia realizzato, nei primi decenni di vita, il programma iniziale di «diventare un giornale per tutti». Si trat­ ta, occorre sottolinearlo, di un’ambizione per nulla comune al giornalismo italiano del tempo, assai più agevolmente classifi­ cabile per filiazione diretta dai leaders e dalle clientele politiche (e spesso, nel caso della capitale, dal sottobosco parlamentare) che non per la capacità di dar voce ad una moderna informazione. La ristrettezza del mercato dei lettori ed i toni bassi della vita civile rappresentano gli aspetti com­ plementari dei condizionamenti negativi. Perciò l’esperimento del « Messaggero » in­ contra il suo primo banco di prova nella ricerca di un pubblico nuovo, un pubblico che possa, al tempo stesso, servirsi delle notizie che il giornale gli fornisce ed essere stimolato da curiosità che travalichino l’am­ bito più immediato delle esperienze quoti­ diane. Sviluppo della cronaca cittadina con l’occhio all’esempio illustre del milanese « Il Secolo », attenzione a quanto della cronaca si presta all’amplificazione dram­ matica o melodrammatica (di qui, fatto largamente nuovo, i minuti resoconti dei più clamorosi fatti giudiziari), tentativo di interpretare il giudizio dei propri lettori sui grandi problemi. Questo schema — im­ perniato sul ruolo determinante che, sino alle soglie del Novecento, esercita il fon­ datore, proprietario e direttore Luigi Cesana — è anche il veicolo dell’ideologia che il « Messaggero » elabora e diffonde. Ra­ pidamente il giornale entra in sintonia con quei ceti medi burocratici, artigiani e del piccolo commercio che rappresentano la componente in costante ascesa della popo­ lazione romana post-unitaria. Tra non po­ che oscillazioni e incongruenze, si precisa, annota Talamo, il volto di « un quotidiano non ministeriale, marcatamente laico e an­ ticlericale, contrario alle spese facili, sem­ pre pronto a sostenere le economie più rigide, preoccupato di raggiungere un vero pareggio del bilancio e di assicurare la tranquillità ai contribuenti » (p. 47). Attra­ verso un approccio fondamentalmente mo­ derato e legalitario, filtrano problematiche che, per quanto inquinate dal ricorso co­ stante al « moralismo spicciolo » e al « po­ pulismo fatto di buone intenzioni » (p. VI), denotano pur sempre una volontà di infor­ mazione larga e non sorda alla precetti­ stica democratica: dal sovversivismo socia­ lista condannato, ma anche interpretato 91 come sbocco della miseria e delle ingiu­ stizie (di qui l’attenzione alla legislazione sociale, p. 134, e la « comprensione » verso gli scioperi economici, soprattutto nelle campagne, p. 127 sgg.) ai diritti civili (amministrazione della giustizia, p. 174 sgg., reciso atteggiamento divorzista, p. 53), al rifiuto delle avventure coloniali, pp. 207208. Non è tuttavia una linea uniforme e conclusa. Il tentativo di indicare obiettivi di progresso sociale è subalterno non solo alla concezione paternalistica che lo guida, ma anche all’inasprimento di quella vena antiparlamentare che è un tratto distintivo centrale di gran parte della stampa italiana dell’epoca e che nel « Messaggero » si ca­ rica di rifiuti espliciti della politica. La diffusione conosce, in questo periodo, una costante accelerazione. Negli anni novanta, il Messaggero raggiunge le 45.000 copie, collocandosi con « La Tribuna » e « Il po­ polo romano » tra i quotidiani più venduti nella capitale. Il quadro muta progressivamente con il nuovo secolo. Il distacco di Cesana dalla direzione coincide con il moltiplicarsi di collaborazioni che modificano l’immagine del giornale in senso « colonialista, antiso­ cialista, nazionalista » (p. 255). Ma qui, come è evidente, la congiuntura del « Mes­ saggero » confluisce esemplarmente nella generale svolta della stampa italiana verso un più sistematico assoggettamento ai po­ tentati economici. Nel rimescolamento di carte portato a termine dalla crisi dell’in­ tervento, il quotidiano romano passa dap­ prima nelle mani di un gruppo già pro­ prietario del « Secolo » e poi, verso la fine della guerra, direttamente nell’orbita dell’Ansaldo dei fratelli Perrone. Talamo segue l’intera parabola intreccian­ do i dati della lettura interna e di quella esterna del giornale, dando conto, alterna­ tamente, dei mutamenti editoriali e reda­ zionali e delle sollecitazioni ambientali. La fusione tra i due livelli è tuttavia più postulata che interpretata. Così il processo di simbiosi tra l’ideologia del « Messagge­ ro » e la terziarizzazione della società ro­ mana, se appare sufficientemente analizzato nella fase di affermazione del quotidiano, sfuma nel passaggio al Novecento, proprio laddove riuscirebbe illuminante cogliere le radici della disponibilità di questi strati verso la spinta nazionalista, antisocialista e antidemocratica. Massimo Legnani 92 Rassegna bibliografica m alatesta , II Resto del Carlino. Potere politico ed economico a Bologna dal 1885 al 1922, Milano, Guanda, 1978, m aria pp. 350, lire 7.000. « Non un solo Carlino » -—ã chiarisce Ma­ ria Malatesta nella premessa — « ma due giornali distinti, con due storie differenti ». La prima appartiene al « Carlino » demo­ cratico, nato per combattere il trasformismo depretisiano (pp. 35 e 40), per affermare che l’antidoto alle agitazioni agrarie non va ricercato nelle « manette » ma nella ri­ mozione della miseria (p. 19), per cele­ brare le ragioni delPanticlericalismo (p. 41); la seconda al « Carlino » liberale, dal 1909 espressione diretta dell’agraria, critico sem­ pre più acerbo del governo giolittiano (pp. 233 sgg.), incline a sfruttare la scia nazio­ nalista per sbarrare la via al socialismo (p. 277), interventista ed espansionista di fronte alla « grande guerra » (pp. 299-300 e 308-309). Misurata sulle scadenze topiche dell’Italia liberale, la parabola del quoti­ diano bolognese può così apparire — a cominciare dalla successione stessa tra fase progressiva e fase conservatrice — facil­ mente decifrabile. Le rispondenze con il quadro nazionale si spiegano da sé sole, secondo una meccanica di parallelismi che la storia politica non sembra facilmente disposta a rimettere in discussione. In realtà la situazione è diversa e più complessa e la struttura del libro la riflette in modo organico e persuasivo. E questo non solo perché essa aderisce alla convinzione ormai diffusa che il giornalismo liberale supplisce all’assenza di una salda organizzazione par­ titica dell’opinione costituzionale (e va quin­ di letto e in questa dimensione interpre­ tato), ma per il fatto che l’indagine della realtà locale è spinta ben oltre l’immediato retroterra del giornale. Sotto tale profilo la vicenda del « Carlino » democratico si condensa nel « fallimento dell’ipotesi ra­ dicale della creazione di una terza forza situata tra socialisti e conservatori » (p. 187), giudizio che consente di intendere l’evolu­ zione spesso tortuosa dei pronunciamenti politici che affiorano dalle pagine del quo­ tidiano. Così l’acceso antitrasformismo dei primi anni può sposarsi al successivo filocrispismo, l’attenzione alla questione sociale e la battaglia contro il blocco moderato e poi clerico-moderato locale alla sostanziale accettazione dell’espansionismo coloniale, l’approvazione della repressione governativa nel ’98 all’adesione alla svolta impressa dal ministero Zanardelli-Giolitti. Sono oscilla­ zioni che, al di là dei motivi più strettamente contingenti, rimandano ad una so­ stanziale omogeneità di fondo, al progetto appunto di dar forza e continuità ad una linea di « radicalismo legalitario ». L’analisi del ruolo dei socialisti sta permanentemente al centro del disegno, sia per il riconosci­ mento, già ricordato, che le lotte agrarie vantano una radice nei rapporti economici non sradicabile senza concessioni e riforme (si vedano, ad es., le pp. 75-76), sia, soprat­ tutto, perché la dirigenza socialista è vista come strumento indispensabile per tenere a freno il sovversivismo della sua base so­ ciale (pp. 136-137). L’obiettivo ultimo, s’in­ tende, sta « nell’alleanza tra capitale e la­ voro attraverso l’opera concorde di tutte le classi » (p. 69) e le ripercussioni dei mu­ tamenti di fotta del Psi sono tanto più rilevanti quanto più allontanano questa pro­ spettiva. In tale contesto il filogiolittismo dei primi anni del secolo vorrebbe rappre­ sentare la contrassicurazione del progres­ sismo liberale verso la collaborazione con il riformismo socialista, ma nella realtà esso non occulta l’assenza di nuclei borghesi realmente disponibili per simile politica. Il giornale si riduce pertanto ad una sede di mediazione sempre più fragile e incerta di sé. « Il mito del <Carlino > democratico [...] si infrange — commenta Malatesta — [...] di fronte ad un esame approfondito della sua linea, che vada oltre le sue fre­ quenti dichiarazioni di umanitarismo e di solidarietà nei confronti delle classi lavo­ ratrici. Il radicalizzarsi delle lotte nell
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